
di Stefano Perri – ”La missione internazionale in Afghanistan è un vero fallimento”. E’ una Kabul a tinte fosche quella descritta nel racconto di Francesca Iacona,
cooperante italiana di origini reggine attualmente d’istanza in Afghanistan, ospite della prima serata del TabulaRasa Scilla World Fest.
Un ritratto pieno di ombre, quello di Francesca, che dipinge i contorni di una città che vive blindata, ”assediata dalle truppe straniere”, che anche lei che da tempo ci lavora, ha avuto modo di osservare solo dall’oblò del mezzo blindato che la trasporta a tutta velocità da un quartiere all’altro.
Francesca Iacona partecipa per conto dell’Unione Europea al programma di formazione delle neonate e ancora scricchiolanti istituzioni afghane. L’obiettivo è quello di costituire una struttura giudiziaria e di polizia che possa ereditare la gestione del territorio dopo gli anni dell’occupazione delle forze internazionali. ”Cerchiamo di preparare Kabul – ci spiega – a gestirsi da sola, anche se il programma non è facile considerando anche l’alto tasso di analfabetismo tra i poliziotti afghani”.
Francesca, straniera in una terra difficile e piena di contraddizioni. ”Sono nata in Calabria e non vedo tante differenze con l’Afghanistan” dichiara sul palco mentre racconta al pubblico radunatosi sulla darsena del porto di Scilla uno degli episodi più truci della sua esperienza a Kabul. Era il 2008 quando l’Hotel Serena, una struttura studiata per essere impenetrabile che ospitava appunto il gruppo di cooperazione internazionale, fu attaccato da un gruppo di kamikaze imbottiti di esplosivo. Tre di loro riuscirono a penetrare nell’Hotel saltando per aria nella hall d’ingresso. ”In quegli attimi non hai neanche il tempo di aver paura – racconta Francesca – provi solo a fare qualcosa di razionale per salvarti la pelle. La paura viene dopo ma già il giorno successivo si torna a lavorare”.
Una vita in trincea, quella di Francesca, su terre di frontiera dove la quotidianità pesa come un macigno su ogni singolo nervo del suo corpo. Intere zone completamente fuori dal controllo democratico, dove regna il dio denaro e a farla da padrone è il commercio dell’oppio. ”La ‘ndrangheta è la prima acquirente dell’oppio afghano – racconta Francesca – ma quello che è assurdo è che i primi produttori dei cosiddetti ”precursori”, che servono per tagliare la droga, sono la Germania, gli Stati Uniti e la Russia. Mi sembra ovvio il motivo per cui non c’è alcun interesse a bloccare il commercio dell’oppio”.
”In realtà la missione internazionale in Afghanistan è solo un tentativo di colonizzazione ben riuscito”. Sono parole dure quelle con le quali Francesca Iacona racconta la sua verità, da un punto di osservazione talmente vicino da risultare quotidianamente pericoloso. ”Gli occidentali sono arrivati prima per conoscere il territorio – prosegue – e successivamente per impiantare i loro affari”.
La missione internazionale in Afghanistan va avanti ormai da 11 anni. Secondo il racconto di Francesca i risultati sono assolutamente discutibili. ”Nel 2001 tra i militari si sono registrati 11 morti. Nel 2008 il dato era già salito a 295. Nel 2012, e siamo solo a metà, sono già 262”. Dati che rendono la dimensione dell’immensa tragedia che si consuma giornalmente sotto gli occhi di Francesca e ai quali vanno aggiunti i numeri delle vittime civili, per le quali, ad oggi, non è stato ancora possibile fare una stima precisa.
E le prospettive non sono certo confortanti. ”Dopo i fiumi di soldi spesi per la missione, alla fine si andrà via – conclude la cooperante reggina – dicendo che la missione è stata compiuta, ma sarà solo una bugia. L’Afghanistan rimarrà stritolato anche perché ha dei vicini molto scomodi. Oltre ai confini caldi con il Pakistan e la Cina, c’è il rischio che rimanga coinvolto nel conflitto tra Israele e Iran che sta per esplodere. Questo sui giornali italiani non si dice. La tensione è altissima e basta pochissimo per fare precipitare la situazione. A farne le spese saranno solo i cittadini afghani perché prima che tutto ciò possa accadere gli americani vogliono essere ben lontani da quell’area”. Al contrario di Francesca, pronta a ripartire, tra pochi giorni, per raggiungere nuovamente i suoi colleghi nel campo base alla periferia di Kabul, dove continuerà, come lei dice ”a cuor leggero”, a prestare la sua opera al fianco del popolo afghano.




