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    Prima serata: da Colombo a Ciancimino

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    ‘Oggi non so veramente chi sia Massimo Ciancimino, la cosa certa e’ che sono una figura scomoda a Palermo e vi assicuro che questa mia posizione non e’ delle migliori”. A dirlo e’ stato lo stesso Ciancimino, intervenendo alla prima serata di Tabularasa, il primo contest

    dedicato all’editoria d’inchiesta e di denuncia, organizzato dall’Associazione Urba e dal quotidiano on line

    www.strill.it. Ciancimino, con il suo libro ”Don Vito” (Feltrinelli), ha partecipato ad un dibattito con Nicola Biondo autore de ”Il patto” (Chiarelettere), e la photo-reporter Letizia Battaglia autrice di ”Passione, giustizia, liberta’. ”Vivo sotto scorta 24 ore su 24 – ha aggiunto – e non e’ una condizione facile cambiare sempre citta’, non poter essere liberi di vivere, di fare le cose semplici. E’ una chiusura mentale e fisica. Oggi Massimo Ciancimino non e’ un uomo che fa molto discutere i potenti perche’ quello che puo’ raccontare puo’ scalfire un sistema che fa paura. Purtroppo, ancora oggi, c’e’ molto ostracismo e la mafia continua a vivere nel consenso sociale, un consenso che la rende forte e invulnerabile a tutte le attenzioni della magistratura”. Nel suo libro, Ciancimino traccia la storia del padre Vito. ”Un uomo – ha detto – che rivesti’ per soli 12 giorni il ruolo di sindaco di Palermo. Era un amministratore pubblico che ha gestito questo potere e si e’ arricchito. Gli sono stato vicino accompagnandolo attraverso innumerevoli traversie e situazioni pericolose ed oggi, guardandomi indietro vorrei mandare a quel paese mio padre, quell’uomo che conosceva quella Palermo di cui in molti si vantavano per certe particolari amicizie. Non posso rinunciare al mio cognome ma posso ripulirlo per mio figlio. Non sono un eroe, i veri eroi son altri ma una cosa posso farla, posso iniziare a cambiare questo marcio sistema”. Nel giorno dell’anniversario dell’eccidio di Via D’Amelio, Letizia Battaglia, con le sue immagini racconta ”la miseria sociale e culturale che ha imprigionato la mia isola, e il lungo assedio di Palermo da parte della mafia”. Con i suoi scatti, la ”fotografa della mafia” impone la sua battaglia per la liberta’, fatta di umanita’ e di speranze di riscatto. ”Io – ha detto – amo e odio Palermo. Molti credono che per vivere bene a Palermo ci sideve avvantaggiare del denaro pubblico. Non e’ cosi’. Trenta anni fa fotografavo un po’ la tristezza, la disperazione, l’umiliazione di un contesto dove non si e’ liberi. Reggio Calabria sa qualcosa, vivere dove non c’e’ giustizia e’ umiliante. Noi non abbiamo avuto solo morti ammazzati ma abbiamo sofferto, abbiamo pianto i tanti figli morti per difendere lo Stato”. Nicola Biondo, con il suo ”Patto”, scritto insieme a Sigfrido Ranucci, traccia il racconto inedito dell’infiltrato Luigi Ilardo dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda repubblica. Le rivelazioni di Ilardo sono alla base del processo in corso a Palermo a carico dell’ex capo del Sisde e del Ros, generale Mario Mori, per la mancata cattura di Provenzano nel 1995. ”Questo Paese – ha sostenuto Biondo – si porta una memoria cosi’ pesante che non lo fa crescere. Io ho conosciuto Palermo come la citta’ di Ciancimino ma da allora cosa e’ realmente cambiato? Ho conosciuto una citta’ di pietra, chiusa, capace di dimenticare e di non partecipare alla commemorazione della strage di Borsellino dove sono morti vittime innocenti e una donna, Emanuela Aloi, che ha chiesto di fare la scorta al giudice. Questi non sono eroi sono persone che fanno il loro lavoro. Questo non e’ un Paese diviso in buoni e cattivi, ci sono persone diverse che scelgono da che parte stare. La storia del paese e’ una storia di vere e proprie collusioni e tradimenti. Ciancimino ha messo a nudo non solo un sistema del potere ma anche un modo di essere di governanti che gestivano la citta”’. ”Magari e’ vero che Palermo dimentica ma tutti vogliamo un mondo migliore, un mondo che pero’ ancora oggi vive nell’illusione di una mafia – ha concluso Biondo – una proiezione olografica di un sistema osceno di potere”. Nella prima parte della serata, si e’ discusso de ”Sulle regole” di Gherardo Colombo (Feltrinelli) con una sottile ”frecciata” ”a chi crede ancora oggi che nell’amministrare la giustizia si possa far a meno della legge scritta”. Sul palco, insieme agli organizzatori Giusva Branca e Raffaele Mortelliti, l’editore di Rtv Eduardo Lamberti Castronuovo che, prima di dialogare con l’ex magistrato, ha rimarcato come ”questa rassegna culturale ha messo la fine al mormorio di una citta’ che troppo spesso perde la memoria sui fatti negativi”. ”La giustizia – ha detto Colombo – deve essere uguale per tutti, ma forse non abbiamo mai riflettuto sul significato di questo principio: la legge per essere giusta deve essere applicata senza eccezioni. Nel nostro Paese le regole ci sono ma sono sommerse, nascoste e si trovano in contrasto con quelle regole formali, le leggi che se fossero applicate ci farebbero vivere meglio”.