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    Dal caso Sarlo agli Lsu: Houston, abbiamo un problema: la Calabria vuole essere così. Niente paura, ci pensa la vita…

    di Giusva Branca – L’ultima, ma solo l’ultima, beninteso, ci dice che la Dirigente del settore controlli della Regione Calabria è stata rinviata a giudizio per corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio.

     

    La gravità del capo di imputazione è evidentissima, ma nessuno si scompone; lei non si dimette, nessuno ne chiede le dimissioni, nessuno, figurarsi, la rimuove dall’incarico.

    E in un recentissimo passato i casi di questo genere si sono moltiplicati; minimo comune denominatore il silenzio assordante della maggior parte, la quasi totalità, dei rappresentanti della classe dirigente; tranne che nel curioso caso di Luigi Tuccio, costretto alle dimissioni dal furore con il quale in maniera trasversale tutte le forze politiche hanno chiesto il suo disimpegno (o in qualche caso non vi si sono opposte pubblicamente dopo averlo comunque caldeggiato nelle segrete stanze) per una vicenda giudiziaria che, senza sfiorarlo, ha coinvolto una sua pseudoaffine. Ma qualcuno, prima o poi, si dovrà porre delle domande su queste apparentemente schizofreniche opposte direzioni che la politica calabrese sceglie di prendere.

    Ma torniamo al caso Sarlo: l’opposizione (che Zingarelli ci perdoni) tace, more solito, la maggioranza, ovviamente, si guarda bene dal dire “a” e tutto fluisce uguale a sé stesso, secula seculorum.

    Ma nessuno creda che sia un altro film quello che parla di bombe che riecheggiano per Reggio tutte le notti, di veleni e gli sporchi giochi di palazzo in Procura, di proteste di precari pompati negli anni da uomini politici senza scrupoli ma anche senza un minimo di intelligenza, di dipendenti delle miste nate apposta per potere, un giorno, ammazzare il vitello grasso,di Lsu buoni per garantirsi valanghe di voti e oggi, al di là delle ulteriori bugie, fuori dai giochi, di dirigenti e dipendenti comunali a progressione garantita.

    Il film è drammaticamente il medesimo e ci porta in un mondo di totale disinteresse sistemico, in un territorio che risponde, al massimo, con un’alzata di spalle qualunque cosa accade “a nu parmu ru culu meu”.

    Tranne, improvvisamente, impazzire, andar via di testa quando i giochi sono abbondantemente fatti, quando non c’è più nulla da fare, dopo anni di disinteresse generalizzato rispetto ad un sistematico, progressivo, quotidiano processo di depredazione, di spoliazione della cosa pubblica e di aggressione ai cardini del vivere civile, cioè affrancazione dal bisogno (leggi assistenzialismo clientelare scientificamente alimentato negli anni), servizi minimi essenziali, livelli minimi di assistenza, sociale e sanitaria, sicurezza, libertà di impresa.

    Costituisce peccato mortale l’essersi, colpevolmente disinteressati, per anni, di ciò che accadeva a questi cardini del vivere civile, senza considerare che il sistema, alla lunga, è più forte del singolo, anche del più forte di tutti, e porta dritti dritti ad un dubbio atroce: la Calabria, probabilmente, nella massa, nelle sue lobbies, nei suoi salotti, nella sua borghesia, vuole essere esattamente ciò che è, ciò che, alla fine, è sempre stata nei secoli.

    “Quale Calabria ci aspetta? Il futuro appare come un tunnel sprangato in fondo, ma, soprattutto, ciò che è accaduto ed accadrà in Calabria è tanto, troppo ben definito, nelle cause e negli effetti” ci chiedevamo da queste colonne nell’estate del 2008, quando la giostra era ancora bene in movimento con tutte le lucine accese e lampeggianti. LEGGI L’ARTICOLO

    Qualche mese dopo, ultimo dell’anno del 2008, strill.it ammoniva: …”E però se il nostro territorio vuole ancora avere una speranza questa passa necessariamente attraverso la presa di coscienza di tutti, nessuno escluso.

     

    La gente, quella comune, le vittime dello stato di cose, per intenderci, non possono chiamarsi fuori dal gioco.

     

    Quando la posta in palio si alza, pericolosamente visto che è a rischio l’abc del vivere civile, la massa ha non solo diritti, ma anche doveri morali da esercitare. Anche mettendo a rischio – ulteriore – sé stessi; la massa ha il dovere di farsi sentire, di sottolineare che, come diceva Totò, “ogni limite ha una pazienza”.

     

    Ed invece, a fronte di una classe dirigente incapace quando non gaglioffa, quella “stragrande maggioranza di Calabresi onesti” è informe più che inerme, ormai assuefatta a tutto, incapace di indignarsi di fronte a sprechi e ruberie, ad incapacità conclamate e privilegi crescenti, senza capire che, ad esempio, proprio dove finiscono i privilegi cominciano i diritti e se i primi aumentano a dismisura i secondi finiscono per scomparire inesorabilmente.

     

    E chi assiste passivo all’elisione continua dei propri diritti fondamentali probabilmente non ha – poi – gran titolo per lamentarsi, perché ha ciò che si merita”. LEGGI L’ARTICOLO

    Febbraio 2009: “In Calabria ha vinto il “vecchio”, ha vinto una visione arcaica della società che ha sgretolato poco a poco, dalle fondamenta, uno Stato di diritto che, tutto sommato, non ci appartiene per cultura, per tradizioni.

     

    Chiariamo subito: alla fine – più o meno inconsapevolmente – è esattamente ciò che abbiamo voluto.

     

    La nostra storia è scandita da episodi che sottolineano ad ogni piè sospinto il carattere feudale del nostro modo di essere, la baronia elevata a sistema, i piccoli-grandi soprusi quotidiani di una ristretta oligarchia a dettare i tempi; il diritto continuamente scambiato con il favore.

     

    Senza lavoro, con prospettive di sviluppo inesistenti, con i servizi essenziali sempre più spesso ridotti ad una chimera, travolta dal malaffare e dagli sprechi, per la Calabria è giunta l’ora di dirsi, allo specchio, le cose come stanno.

     

    “No more ace to play” – cantavano gli Abba – e, realmente, gli assi per la Calabria si sono esauriti…”LEGGI L’ARTICOLO

    Ne seguirono, negli anni, altre di riflessioni, che mettevano in guardia sul prossimo disfacimento del sistema economico-sociale: ‘’Ci attende un inverno durissimo, lo abbiamo detto e scritto in tutte le salse, secondo i nostri indicatori tra gennaio e marzo la città di Reggio (soprattutto) e la Calabria tutta si infileranno in un tunnel buio, lungo e pieno di trappole, che però, viste le premesse, prima o poi doveva arrivare. Vivremo momenti di altissima tensione sociale, è bene aspettarselo, ma, soprattutto, tutti (e in primis chi ricopre ruoli di responsabilità) abbiamo il dovere di resistere alla tentazione del “tanto peggio tanto meglio” o, se preferite, “muoia Sansone con tutti i Filistei”.
    Reggio, come sempre, tra le città della Calabria, è quella che vivrà la situazione più estrema, e il senso di responsabilità della massa deve prevalere, altrimenti sarà – credeteci, non esageriamo – la fine o almeno la sospensione del patto sociale’’
    , era il 2011 – LEGGI L’ARTICOLO

    Ancora 2011: “In tutto ciò si assiste ad una pletora di giovani e meno giovani che vagano come fantasmi nel giorno dell’Apocalisse cercando un posto di lavoro, una via che non troveranno perché nessuno ha mai insegnato loro a fare veramente qualcosa, laddove per fare si intenda produrre o partecipare al processo produttivo.
    Non si può campare in eterno di servizi, non è possibile pensare ad eserciti di uscieri, segretari e bidelli per lo più inutili ma che il sistema deve mantenere per cercare equilibrio nel comparto sociale mandando a fondo quello economico che, come sta accadendo ora, poi, a sua volta, si porta a fondo – ovviamente – anche quello sociale.
    Per decenni in Calabria nessuno, né della classe politica, né da quell’embrione di classe imprenditoriale esistente, si è posto il problema di cosa producesse, nel suo complesso, il sistema-Calabria.
    Sono poche, veramente poche, le famiglie che si pongono seriamente il problema del futuro del figlio diciottenne. Quasi tutti si chiedono cosa farà, pochissimi sono tormentati dal dubbio di cosa saprà fare, che tipo di competenze avrà, se queste, ove ci siano, possano essere considerate congrue rispetto alle esigenze del mercato che, alla lunga, è quello che detta le regole, perché nessun sistema può stare in eterno in equilibrio sul metodo assistenzialistico.
    Ad un certo punto, e quel certo punto è arrivato, un paio di generazioni l’hanno sfangata nel paese di Bengodi, quelle che sono arrivate dopo pagano il conto, ma al tempo stesso rischiano di essere vittime e carnefici di sé stessi.
    Vittime di un patto generazionale tradito da chi veniva prima, carnefici nella misura in cui non hanno mai provato a costruirsi un futuro, sotto forma di competenze, dallo studio alla manualità, dalle aule universitarie al mestiere artigianale.
    E ora? Ci aspettano, in tempi brevi, periodi caratterizzati da fortissimi conflitti sociali e nemmeno questo ha compreso la politica calabrese che continua in una folle corsa al benessere personale, scnocciolando brandelli di futuro dietro le spalle, ogni giorno più avvolti nei privilegi della casta, incurante che, se sei ricco e potente e il popolo sta decentemente, alla fine te lo perdona, ma se lo sei e la gente non ha il pane (ci siamo vicini), allora corri il rischio di finire come Craxi all’uscita dell’hotel Raphael.
    Il sistema si è sfaldato, se vi diranno che è una grave crisi e basta non ci crediate, siamo a un momento di drammatica svolta epocale per la Calabria.
    Che ciascuno si attrezzi da sé per trovare una via, per mettersi in salvo.
    Non aspettate scialuppe, non arriveranno”
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    Riflettori sulla società verticale: “Quanti calabresi sono disposti, veramente, a sentirsi concretamente alla pari con gli altri, in mille opportunità che la vita offre, mettendo da parte quella idea fissa, che alberga nella testa dei più, anche di persone dal comportamento apparentemente irreprensibile, secondo la quale per ottenere qualcosa, spesso un diritto, il tuo percorso non possa prescindere da ciò che rappresenti in quanto parte di un gruppo?

    E, ancora, questo gruppo, inteso come riferimento sociale spesso eterogeneo nella sua composizione, non è la base di quel familismo amorale che porta ad una distorsione delle relazioni sociali, per la quale per ogni cosa, sia una opportunità o un diritto, il percorso non è più automatico e uguale per tutti, come nelle democrazie compiute, ma passa attraverso tappe obbligate che fanno capo tutte a persone fisiche ben definite ed alle quali, appunto, non possono accedere tutti, ma solo chi ha titolo ad essere parte del clan?
    Ma la domanda più imbarazzante per noi deve ancora arrivare: siamo proprio certi che a noi calabresi questo sistema, palesemente antidemocratico e le cui aberrazioni sono evidentemente benzina per le macchine della ‘ndrangheta che si nutrono di clientele e di risoluzione di piccoli, grandi problemi quotidiani, non stia bene?
    Siamo sicuri che lo schema verticale, dal principe a scendere, non ci stia meglio della società orizzontale e nella quale tutti sono uguali ai nastri di partenza?”
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    Ora, ancora una volta, oggi come allora, vi diciamo le cose come stanno: brutte e in faccia: tranne qualche palliativo, non vedranno soluzioni positive e stabili le vertenze che oggi animano le piazze della Calabria e di Reggio in particolare.

    Così come, e lo scrivemmo in tutte le salse, forse, anni addietro era ancora possibile intervenire per “mettere in sicurezza” il sistema, oggi il dado è abbondantemente tratto.

    Guardare in faccia la realtà è l’unica cosa che resta in una terra dove nessuno chiede mai il conto a nessuno, mai. Come canta Ligabue… “niente paura, ci pensa la vita mi han detto così…”