di Giusva Branca – Si naviga a vista. Bendati. La sensazione è esattamente questa, di qualunque percorso si parli. Un territorio, il nostro che, a forza di inseguire le emergenze, è diventato emergenza cronica esso stesso. Dunque non più emergenza.
Non si intravede un barlume di percorso futuro; dalla Regione fino a scendere giù agli Enti locali è tutto un rincorrere questo o quel buco di bilancio, nella migliore delle ipotesi una meschina caccia al miscredente o al padre di tutti i mali; scene da Sant’uffizio, insomma.
Il migliore bigliettino da visita che la classe dirigente riesce a proporre alla gente è il non essere (ancora?) incappati nelle maglie della giustizia e, al più, essere riusciti a risparmiare qua e là.
E però, cari amministratori pubblici, io non ve lo volevo dire (mi fate tenerezza nei vostri deliri di onnipotenza), ma ormai è tardi.
E’ tardi per sbandierare meccanismi virtuosi che, ove anche fossero reali, nel momento in cui, dopo decenni di sprechi, ruberie e chi più ne ha più ne metta, sono stati travolti molti dei servizi essenziali, alla gente non interessano più. Almeno non in prima battuta.
La campagna mediatica posta in essere dalla Regione Calabria sulla sanità ne costituisce un esempio fulgido. Io non credo sia falsa, nella parte in cui sbandiera il risparmio posto in essere, ma penso sia grottesca nella misura in cui chi la ha ideata pensa che alla gente, che non riesce a farsi visitare, ricoverare, prelevare dalle ambulanze, in questo momento possa più interessare se il deficit si è ridotto o innalzato.
Né, caro Governatore Scopelliti, alla gente importa più se quel buco lo ha fatto Chiaravalloti, Loiero o chi diavolo vuole lei.
La gente, ora vuole, pretende servizi. Ha necessità di quei servizi.
E lei, responsabile pro tempore, quei servizi non li può dare perché, banalmente, non ci sono i soldi. L’attività virtuosa sul piano contabile-finanziario è meritoria, ma lei la può sbandierare sui tavoli tecnici, ministeriali, forse anche politici, ma con la gente no.
Tranne che non ci autorizzi a farla contattare personalmente dalle decine di persone comuni che ogni mese vomitano in redazione i loro drammi umani che dovrebbero essere contrastati ma spesso sono alimentati dalla qualità della sanità calabrese.
Per non parlare dei tanti, tantissimi medici, molti dei quali anche vicini politicamente al Pdl, che tra i denti ti dicono che non hanno gli strumenti minimi, essenziali, per andare avanti, che si lavora in una sorta di ospedale da campo, al fronte.
Ma questo è solo un esempio, in un settore, peraltro, che Scopelliti stesso ha rilevato in condizioni che andavano ben oltre il disastro.
La tematica è ben più ampia: non si capisce da qui a dieci anni quale potrebbe essere la via per provare a stare in piedi, oltre che inseguire tagli di spese e pareggi di bilancio. E parlo di Regione Calabria ma anche dei singoli Enti territoriali.
A Reggio, come era prevedibile, si è arenata ogni discussione (anche tecnica, c’è uno statuto da fare) sulla Città metropolitana, le prossime elezioni comunali si avvicinano e, al massimo, il problema delle forze politiche è accapigliarsi sul nome di questo o di quello.
Intanto la città si ritrae, la borghesia cittadina, come rilevato da Scopelliti fa un passo indietro e, come analizzato in maniera corretta da Massimo Acquaro su zoom sud.it è spaventata da alcune vicende (la sentenza di decadenza di Arena e il caso-Sarlo su tutte) e fa non uno ma decine di passi indietro lasciando praterie.
A chi le lasci non è difficile immaginarlo, ma, soprattutto, in tutto ciò, non c’è una, dicasi una, persona che si cimenti in un ragionamento che provi a spiegare che tipo di città andare a costruire da qui a dieci anni (per i quali, giova ricordarlo, graverà come un macigno sui conti e quindi su servizi e investimenti il piano di rientro). Nessuno che metta sul tappeto una idea, uno straccio di visione della comunità, che dica su cosa puntare, che ipotizzi da quale lato del letto tirare una coperta che è diventata cortissima e cosa provare a fare per tentare di allungarla.
In tutto ciò anche la città, una città (ma il discorso vale anche su base regionale) del tutto disabituata a guardare lungo, ma educata a firmare cambiali in bianco al plenipotenziario di turno semplicemente in cambio di una garanzia minima e immediata.
E ora che, evidentemente, nessuno è più in grado di offrire alcun tipo di garanzia, la gente improvvisamente si desta, ma sempre a corto respiro, diciamo a limitare col proprio pianerottolo.
E il sistema non solo frana, ma nessuno pensa a come provare ad arginare la frana prima e a ricostruirlo dopo.
Ognuno, governanti e governati, pensa solo a spingere giù colui il quale può insidiargli il posto, donne o bambini che siano, ecchissenefotte…
Basso Impero, insomma, e, come chi ha studiato la storia sa bene, questa è la fase non solo di gran lunga peggiore, ma, soprattutto di durata indeterminata.
E lo sarà tanto più quanto ci si continuerà ad occupare del timoniere (nella speranza che ci faccia stare in plancia in qualche modo) piuttosto che della rotta.
Anche perché fin tanto che, pur tra i marosi, la rotta è gestita va anche bene, ma quando comincia la deriva, la plancia affonda esattamente come la stiva.
E, come scrissi ormai due anni fa, non aspettate scialuppe, sono già passate tutte…





