
di Giusva Branca – Non esiste nulla di più personale del rapporto intimo che lega le persone agli affetti,
siano essi relativi a persone, a comunità o a luoghi. Di contro personalissima è anche la dinamica di disaffezione, con le sue articolazioni, spesso complesse.
E però, nella lettera, altissimo esempio di dignità estrema, personale e familiare, inviata dalle figlie di Lillo Mauro, recentemente scomparso, alle redazioni dei giornali c’è un vero e proprio atto di accusa verso la città.
E’ un atto di accusa fatto e finito, completo, con tanto di fiocco e non inganni il garbo assoluto della forma e dei toni, figlio di un’educazione forgiata nell’acciaio dei valori.
E’ un atto di accusa che muove, certamente, da considerazioni personali ma che poi, agli occhi dell’osservatore che scrive, non può che portare a considerazioni di sistema, sociali, addirittura più amare del fatto dal quale esse originano.
Lillo Mauro, insieme alla sua famiglia, ha rappresentato, attraverso l’attività della sua azienda, la Caffè Mauro, il vero fiore all’occhiello della città di Reggio e di una parte di Calabria.
Un fiore che è cresciuto negli anni, attraverso epoche storiche assai diverse, lasciando sempre segni tangibili alla comunità attraverso il coinvolgimento diretto nell’anima di essa.
Sponsor per anni di quella Reggina Calcio alla quale ha legato il nome nel momento più alto della sua centenaria storia, la Caffè Mauro, per volontà di Lillo Mauro, ha creato, supportato e realizzato, negli anni un progetto di borse di studio conferite ogni anno coniugando passione e concretezza, spirito di crescita e pragmatismo sotto forma di riconoscimenti tangibili.
Questo, anche questo, è stato il modo di incidere, di legarsi alla comunità, al pari della ferrea volontà, mantenuta fino all’ultimo giorno prima di passare la mano, di non delocalizzare gli impianti e la sede per nulla al mondo, anche quando le circostanze, il mercato, suggerivano, quasi urlavano, imponevano un trasferimento a Milano.
Quella stessa Milano nella quale, al culmine di una serie di atteggiamenti irriguardosi, privi di rispetto oltre che per la sua persona per la storia dell’azienda e della città stessa, in definitiva, Lillo Mauro ha chiesto di essere seppellito. E possiamo solo immaginare quale possa essere stato il travaglio che ha accompagnato questa sua scelta.
Ma, dicevamo, la storia di Lillo Mauro è la storia di mille altri reggini, più o meno famosi, più o meno influenti.
Reggio, nella sua massa, oscilla in maniera imbarazzante tra indifferenza, quasi atarassia assoluta, e continui atteggiamenti del cane che scodinzola al padrone, ma solo a condizione che questi utilizzi bastone e carota, affamando e distribuendo briciole. Di potere, di benessere, ma comunque briciole.
Che Lillo Mauro se ne sia andato nel silenzio, nell’indifferenza generale, da un lato lascia ben più che amaro in bocca ma dall’altro segnala in maniera in equivoca un modo di essere della città di Reggio; si tratta, in buona sostanza del trattamento più sgarbato, più volgare che la sua comunità gli ha ingiustamente riservato.
Purtroppo non del più grave.




