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    La tragedia di un uomo perbene nel silenzio destinato agli invisibili da una società malata

    di Giusva Branca e Grazia Candido“Si, Amina buon anno anche a te, vedrai che questo sarà l’anno nostro, ormai è tutto pronto, parti da Casablanca quando vuoi, ti aspetto a Reggio. Qui si sta bene, ho un bel lavoro, la gente mi vuole bene, il nostro futuro è qua”.
    La morte è spesso vigliacca, ti prende alle spalle, come l’automobile fuori controllo – al pari del suo conducente – che si porta via Youness proprio quando si stanno spegnendo le prime luci del sole dell’anno nuovo. Al tramonto.
    E al tramonto, sulle terrazze della parte alta di Reggio, quella che ti mozza il fiato mentre guardi il mare e la Sicilia, Youness non ha neppure il tempo di accorgersene, di capire, di realizzare che non ci sarà nessun anno da dividere con sua moglie, Amina.

    Non ci sarà più niente da dividere con lei; l’ultimo fiato è il rumore della tragedia all’altro capo del telefono.

    Se ne va così, Youness Sayffedine, classe 1979 in un tiepido pomeriggio di un Capodanno strano, vissuto con le ansie e le paure di una dimensione nuova che il Covid si è incaricato di regalare a tutto, a ogni cosa.
    L’automobile che gli piomba alle spalle, senza che lui abbia nemmeno il tempo di capire con quanta violenza e velocità il Destino stia facendo il suo corso, chiude i giochi, sbarra a doppia mandata il portone di una vita che, faticosamente ma con gioia e caparbietà, Youness, si era costruito negli anni.
    Youness era un signore di 41 anni, marocchino; Youness apparteneva a una comunità, quella marocchina – appunto – radicatissima e numerosa a Reggio, caretterizzata da un robusto senso di appartenenza, cifra di un grande rispetto per il territorio che la ha accolta.

    Una comunità troppo spesso “invisibile” perché riservata; una comunità praticamente mai sopra le righe.

    Youness si era formato in Marocco ed era in Italia da qualche anno dove aveva frequentato vari corsi di formazione che gli avevano consentito di aprire l’attività del suo salone di parrucchiere, in pieno centro, quella attività che lo faceva essere apprezzato da tutti e per la quale leggeva, studiava di continuo.
    Il resto lo faceva il suo sorriso, disponibile per tutti. Un sorriso “gratis”  – dice chiunque lo abbia conosciuto – il sorriso di chi sa quanto Caino possa diventare il percorso della vita, di chi sa bene quanta fatica ci sia dietro ogni conquista.

    Youness lascia non solo la sua famiglia e la sua comunità, Youness lascia l’intera città più povera, perché se c’era un esempio di integrazione lui lo incarnava perfettamente, lui declinava un respiro di futuro, un paradigma di uno scenario di prospettiva per le nostre città che da gente come lui assorbono, succhiano storie di profonda umanità e dignità e delle quali, però, troppo spesso si accorgono quando il sipario è ormai sceso.

    La morte è sempre puttana – come la vita, alla fine – e va con tutti e quando le pare, ma stavolta i segni lasciati sono solchi di un aratro, sono squarci su una tela nel pieno del disegno, un disegno che partiva proprio dalla diversità che diventa risorsa:
    “La diversità era per lui fonte di ricchezza – afferma Hassan Elmazi, voce della comunità marocchina in città e responsabile provinciale della Uil Immigrati -Youness era aperto ad ogni cultura, dialogava con tutti, non aveva pregiudizi. Era un uomo profondo, dolce, mite e il suo più grande sogno era di portare la moglie qui e vivere dignitosamente con ciò che guadagnava con il suo lavoro”.

    Questa di Capodanno, a bocce ferme, è la tragedia umana, ovviamente, ma è anche la tragedia di un’idea, della forza del lavoro che riesce a ribaltare i dogmi del pregiudizio e della “invisibilità” alla quale troppo spesso sono costrette intere comunità trapiantate sul territorio.
    “Fare il parrucchiere più che un mestiere per lui era una passione” – continua Hassan Elmazi – “Youness è un simbolo di cittadino ben integrato, onesto, leale, sempre a disposizione, aiutava i poveri, non diceva mai di no. Insomma, era un uomo perbene”.

    Capite bene ora che, nel silenzio che si confeziona per gli invisibili da parte di una società evidentemente malata, senza squilli di tromba e fanfare, senza tragedie greche dei familiari e nel dolore – lacerante e composto – di una comunità intera, Reggio ha perso qualcosa.
    Che almeno ciò serva per comprendere quanta ricchezza di umanità viva racchiusa in quella gente che è stata ben felice di farsi accogliere e che, come Youness, magari parla alla moglie con l’entusiasmo di chi ha trovato la terra promessa, una terra promessa da vivere e, perché no, da contribuire a migliorare.

    Reggio ha perso tanto; alle volte gli “invisibili” sono come i muri portanti: non in vista ma necessari…