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    Che Reggio si vergogni di avere dimenticato Calipari: siamo chi siamo…

    di Giusva Branca – Quando una comunità deve vergognarsi di sé stessa il momento è grave, ma quando non lo capisce neppure, allora la battaglia è persa.
    E peggio di una comunità vinta da malaffare e indegnità assortite c’è solo una comunità con queste caratteristiche che lasci cadere sul suo passato migliore veli, volontari, di oblio.
    Sono passati dieci anni dal sacrificio di Nicola Calipari; personalmente non amo definire eroe chi muore in dinamiche direttamente connesse all’espletamento dell’incarico, ma – al di là delle definizioni che lasciano il tempo che trovano – il sacrificio personale e lo spessore, umano e professionale, dell’uomo restano.
    Ebbene, in dieci anni, Reggio Calabria – la sua città – non ha dimenticato di celebrarlo, di regalarne la sua memoria ai bambini, ma ha scelto di dimenticarlo. E’ diverso. Molto diverso.
    Tranne l’intitolazione (sull’onda emotiva) dell’Auditorium del Consiglio regionale (competenza, tra l’altro, dell’Ente regionale), per dieci anni consecutivi la memoria di Calipari, per altri versi ben nota e salvaguardata nello scenario internazionale, è stata resa trasparente, impalpabile.
    Dal 2005 ad oggi nelle nostre piazze, su improbabili palchi e davanti a folle plaudenti abbiamo visto sfilare nani e ballerine, trapezisti e mangiafuoco; riconoscimenti ufficiali della Città di Reggio Calabria sono finiti in mani che definire indegne è solo un garbato eufemismo, alla guida politica della municipalità di sono alternate un po’ tutte le forze politiche e anche quelle provenienti dall’Istituzione centrale.
    Nulla, anzi il nulla.
    Lo stesso nulla che, ad esempio, ha caratterizzato le attività del variegatissimo mondo dell’associazionismo culturale reggino.
    Nicola Calipari è stato celebrato soltanto da Tabularasa che ha inteso dedicare alla memoria del suo sacrificio uno straordinario spettacolo di Fabrizio Coniglio, regalato dagli organizzatori di Tabularasa a quei (pochi) concittadini di Calipari che intesero non dimenticarlo e rivivere la sua tragedia.
    Oggi sono passati dieci anni, ormai. Nell’epoca in cui viviamo è un tempo quasi infinito, si sarebbe potuto organizzare qualunque cosa, coinvolgere la Città per ricordare a sé stessa che al suo interno essa esprime da sempre forze straordinarie, eticamente dirompenti in positivo.
    La sorte di Nicola Calipari avrebbe potuto essere una – non la prima – occasione per ritrovarci come comunità attorno a valori positivi che poi siamo i primi a lamentare che non ci vengano riconosciuti all’esterno, quando si crea quella Calabria “stereotipata che ci dipinge come brutti, sporchi e cattivi”.
    Ecco, probabilmente, è esattamente quello che vogliamo; le eccellenze, i “buoni”, gli esempi dei nostri concittadini non ci hanno mai fatto piacere, in fondo.
    E se al buon Dio che chiedeva al Reggino di indicare quale regalo preferisse, a patto che al suo vicino spettasse il doppio, il Reggino rispose “cacciami un occhio”, un motivo ci sarà…
    Siamo chi siamo, direbbe Ligabue…