
di Giusva Branca – “Si discuteva dei problemi dello Stato, si andò a finire sull’hascisc legalizzato” cantava
quel genio di Stefano Rosso oltre trent’anni fa e – grosso modo (assai grosso) – è quello che è accaduto alla politica regionale. Le risultanze dell’inchiesta sul peculato in seno ai gruppi politici del Consiglio regionale ci raccontano di spese per spettacoli erotici, per cene luculliane, per gratta e vinci, per tasse personali, per forniture di arredi sanitari, ma anche 1300 euro per immagini sacre, al termine, ovviamente, di estenuanti giornate di attività politiche.
“Ma l’opinione, dissi io, non la contate e che reputazione, dite un po’, vi fate; la gente giudica, voi state un po’ in campana, ma quello invece di ascoltarmi continuò…che bello, col pachistano nero e con l’ombrello, e una ragazza giusta che ci sta, e tutto il resto che importanza ha…”, cantava il genio ed in effetti non pare che alla decina di rappresentanti politici calabresi che si sono dati a spese folli a conto dei contribuenti la reputazione interessi granchè.
Almeno fin quando non finisce sui giornali e, come accaduto da quando strill.it nello scorso mese di novembre tirò fuori questa storiaccia, allora comincia – in modo subdolo, mai diretto – la caccia al giornalista, le minacce velate, gli insulti riportati. Ma questa è un’altra storia.
Torniamo alle fatiche dei politici regionali e alle conseguenze di questo megascandalo.
Ebbene, al di là dei volti da assegnare a ciascun responsabile (ci penserà la magistratura) e al di là dell’ovvia scrematura delle pezze di appoggio (quando ci sono) tra lecite e no, il problema non è di poco conto.
Paradossalmente sapere i nomi dei responsabili (la responsabilità è documentale e difficilmente in condizione di essere rimandata al mittente) passa in secondo piano.
Per la politica regionale sapere se il consigliere Tizio è un mascalzone e il consigliere Caio una persona per bene o viceversa è ininfluente, ormai, soprattutto una volta accertata la sistemicità di quanto accaduto.
E i Calabresi si chiedono e hanno il diritto di sapere, mentre la loro terra affoga tra i problemi, negli ospedali si muore perché non ci sono soldi, la spazzatura ci sommerge, di lavoro nemmeno l’ombra, i trasporti presentano uno scenario postbellico, i Calabresi, dicevo, hanno il diritto di sapere cosa intendano fare i Presidenti Scopelliti e Talarico.
Per carità, la responsabilità penale è personale e – se si tratta di casi singoli – anche quella legata all’incarico amministrativo.
Ma, a fronte di un disastro così diffuso, il dato politico è pesantissimo e imbarazzante.
Quando, qualche mese fa, scoppiò lo scandalo del Lazio, il caso-Fiorito per intenderci, la Presidente Polverini ebbe parole durissime e non di semplice e isolata (quanto scontata) condanna per quanto accaduto.
Fu lei stessa a sancire la fine della consiliatura per carenza dei requisiti minimi di prosecuzione del mandato ricevuto dagli elettori.
Ora, io non voglio suggerire, ma ci chiediamo, un po’ tutti, cosa pensino di fare Talarico e Scopelliti e, in realtà, la via che hanno a loro disposizione per evitare le dimissioni dell’intero Consiglio sarà quella di “costringere” alle dimissioni preventive tutti coloro i quali risulteranno invischiati nella vicenda, a partite, ovviamente dai capigruppo, responsabili eticamente in maniera quasi oggettiva, diremmo.
Intanto, nel frattempo, il Consiglio, abituato da tempo a riunirsi sotto scorta per le proteste dei calabresi infuriati fuori dal Palazzo, torna a riunirsi lunedi prossimo.
Un consiglio, passate da dietro…
“E questa, amici miei è una storia disonesta, tu puoi cambiarci i personaggi ma quanta politica ci puoi trovar…” (Stefano Rosso)




