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    Il Pc della Fallara ultima pietra dello scandalo dell'annus horribilis degli Uffici Giudiziari reggini

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    di Giusva Branca – L’episodio – incredibile – del Pc di Orsola Fallara, ancora custodito in un armadio degli uffici comunali e mai attenzionato dagli inquirenti,

    riportato a firma Giuseppe Baldessarro da “Il Quotidiano della Calabria” è solo l’ultimo episodio inqualificabile dell’annus horribilis degli Uffici giudiziari di Reggio Calabria, il presidio più delicato di tutto l’apparato giudiziario nazionale e, da oltre trent’anni, pietra dello scandalo.
    Basta una semplice ricerca all’indietro e il tuffo nel passato diventa un imbarazzante deja-vu: del “caso-Reggio” riferito agli Uffici giudizari si trova agevolmente traccia nei quotidiani nazionali dagli anni ottanta in qua.
    Restando, comunque, ad un 2012 da dimenticare la situazione è ben oltre il classico allarme rosso, solo che in tanti fanno finta di non vedere o, più probabilmente, devono far finta di non vedere.
    A cominciare dal Csm che ha deciso di lasciare vacante la poltrona di Procuratore Capo dalla scorsa Primavera creando un vuoto dagli effetti devastanti e, peraltro, già sperimentato più volte in passato (da ultimo proprio nell’infinito periodo di vacatio che precedette l’insediamento di Pignatone).
    E proprio dopo che Pignatone ha lasciato l’incarico gli Uffici giudiziari reggini hanno fatto registrare situazioni sempre più imbarazzanti. In ordine sparso si ricordano due magistrati dei più influenti del territorio (per funzioni) finiti addirittura in manette, il numero due della DNA, il reggino Alberto Cisterna, indagato dalla Procura con la gravissima accusa di corruzione in atti giudiziari e poi, addirittura ‘’archiviato’’ sul piano penale (con indicibili danni di immagine) ma trasferito comunque a Tivoli, in maniera evidentemente punitiva.
    Tocca a Cisterna, pochi giorni fa, subito dopo l’archiviazione, davanti al palcoscenico nazionale delle telecamere di Michele Santoro, lanciare pesantissime accuse nei confronti del collega Pignatone e dell’ex capo della Squadra mobile reggina, Cortese, entrambi a Roma.
    Chi si aspettava un qualunque tipo di reazione, in un senso o nell’altro, da parte dei  vertici dell’Ordine giudiziario nazionale, è rimasto – ovviamente – deluso, al pari di chi si attendeva un qualsivoglia sviluppo successivo alle dichiarazioni (rese in udienza nella qualità di testimone e, dunque sotto giuramento) da Sua Eccellenza il Procuratore Generale di Reggio Calabria, Di Landro, il quale ha affermato di essere a conoscenza di rapporti tra Lo Giudice (la pietra dello scandalo nel caso-Cisterna) e un suo sostituto, Mollace e che, anzi, il Lo Giudice – esponente della omonima cosca – vantasse delle aspettative da Mollace e dallo stesso Cisterna.
    Nel frattempo, a distanza di 24 ore, uno dei Pm più impegnati ed esposti della DDA reggina, Lombardo, ha avuto una clamorosa reazione in udienza alla nuova assenza del Lo Giudice attaccando la Questura di avergli, in qualche modo, sottratto la competenza nella gestione dello stesso, scavalcando l’ufficio del Pm (di Lombardo, appunto) nella valutazione degli eventuali rischi connessi alla sua presenza in aula. Il tutto condito da una fantomatica comunicazione in tal senso pervenuta dalla Procura alla Questura e priva di firma, alla quale, ovviamente, non si riesce ad attribuire la paternità.
    La qual cosa in un ufficio, dove, solo un paio di anni fa, si rinvenivano microspie e nel quale, per non farsi mancare nulla, altri due magistrati in tempi recenti sono stati trasferiti d’ufficio per ”incompatibilità ambientale” può non sorprendere più di tanto ma ciò non ne annacqua la gravità.
    Tutto ciò si inserisce in un quadro territoriale di malaffare diffuso, borderline col mondo politico, dove sono già tre i consiglieri regionali finiti in manette al pari di due ex consiglieri comunali, in una Città per la quale il Ministro Cancellieri ha stabilito la contiguità dell’Amministrazione comunale con la ‘ndrangheta, in una fase storica segnata – non è un mistero per nessuno – da almeno un paio di inchieste ‘’pesanti’’ in corso e che attendono da un po’ che qualcuno metta le firme per orientarle in maniera definitiva in un verso o nell’altro.
    E i ‘’boatos’’ che si inseguono da mesi passando da una bocca all’altra, da un salotto a una conferenza stampa, creano, in un quadro di fortissima instabilità generale (sui fronti politico, economico, sociale e, appunto, giudiziario), un clima di ‘’attesa’’ pericoloso e devastante.
    Al punto da far sorridere anche magistrati di altissimo spessore nazionale nel paragone con la situazione della ‘’trattativa’’degli anni ’90.