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    Ospedale Reggio: sos da dove si muore in trincea. Ma i generali accarezzano il gatto…

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    di Giusva Branca
    – C’è una trincea e dentro la trincea, come sempre, c’è di tutto: guai e lamenti, schifo e lotta, sudore e lacrime.

    E, come sempre, gli ufficiali che guidano le truppe, pur nella trincea con loro, sono oggetto delle maledizioni.
    I generali, more solito, stanno lontani, lontanissimi, spesso col culo al caldo, accarezzando il gatto davanti al camino. Ma la trincea non concede sconti, non ti puoi fermare, non ti è consentito rallentare. Avanti, bisogna andare avanti, fino all’ultimo respiro. Senza respiro.
    A Reggio Calabria l’ultima trincea si chiama ospedale – per i generali “Azienda ospedaliera”.
    Le conseguenze dei tagli alla sanità e di alcune scellerate manovre del passato (che – come vedremo – nulla hanno a che vedere con i tagli) rischiano di mandare ko definitivamente il sistema;  la trincea continua a far presente questo ai generali, ma, come canta Vasco, “qui non arrivano gli ordini”.
    La nota diffusa da alcune sigle sindacali che spezza una lancia in favore del management dell’Azienda e rimanda le responsabilità a chi sta ben lontano dalla trincea deve far riflettere.
    La notizia è che, rompendo gli indugi (perché alla fine si tratta pur sempre di management nominato dalla politica) la direzione generale dell’Azienda ospedaliera reggina ha scritto una lettera formale al dirigente generale del Dipartimento Salute – dott. Orlando – con la quale , ben oltre i dati tecnici, vengono sottolineati i gravissimi pericoli per i livelli minimi di assistenza derivanti dalla situazione dei precari.
    I precari sono scesi dal tetto e ora occupano alcuni uffici dell’Azienda, ma nel frattempo, nella trincea, gli ufficiali, pressati dai soldati, cercano inutilmente valide interlocuzioni con i generali.
    Nella lettera si sottolinea – con toni di grave allarme – l’acuirsi delle tensioni e le gravissime ripercussioni su organizzazione ed erogazione dei servizi sanitari.
    Le notizie, intanto, che ogni giorno giungono dalla trincea sono devastanti: il sistema sta per crollare, non c’è un reparto dove le cose vadano per come devono andare, eppure il paradosso è gigantesco.
    Il paradosso, infatti, è folle e, soprattutto, pericolosissimo, perché, al netto delle chiacchiere, e mentre i generali accarezzano il gatto, in trincea si muore, e non a chiacchiere. Si muore per davvero.
    Il paradosso ci racconta di un ospedale, quello reggino, che proprio il piano di rientro ha classificato come “hub”, il che significa che deve assorbire tutte le gestioni delle emergenze territoriali cancellate da quello stesso piano di rientro.
    In buona sostanza tutti quei reparti chiusi a Melito, Scilla, Gioia Tauro e così via (la lista è lunga assai) devono trovare sfogo sull’azienda ospedaliera reggina. Quell’azienda che andava, quindi, secondo il piano stesso, potenziata e che, invece, adesso si ritrova fortemente indebolita.
    Insomma ad una trincea che già prima faticava a resistere adesso si assegnano anche compiti di assalto, mentre le si sottraggono uomini e mezzi, soldati e baionette.
    Il paradosso è che la situazione dei precari e la relativa stabilizzazione in qualche modo cassata dalla Consulta (in qualche modo perché poi, in concreto, andranno viste, caso per caso, le singole fattispecie concorsuali e la loro effettiva collocazione rispetto ai principi espressi nella sentenza) non incidono neanche per un euro sul piano di rientro, visto che tutti gli interessati (e i costi delle loro prestazioni) erano abbondantemente previsti all’interno dei conti del piano stesso approvato dal tavolo Massicci.
    C’è però un passaggio preciso della lettera con la quale, in buona sostanza, gli ufficiali della trincea inchiodano i generali che accarezzano il gatto a precise responsabilità di fronte ad un disastro sociale e sanitario che ormai è dietro l’angolo: “Dalla ricognizione sul personale e sulla organizzazione già a vs. atti e dalla documentazione correlata si evince la necessità del mantenimento in servizio del personale medico e sanitario interessato dai procedimenti in questione e che l’interruzione di tale rapporto di lavoro determinerebbe pregiudizio insanabile all’Azienda e compromissione del mantenimento dei LEA (livelli essenziali di assistenza n.d.r.)”.
    Il riferimento alla salvaguardia dei servizi resi alla collettività, omettendo qualunque analisi relativa ai cosiddetti “livelli occupazionali a prescindere”, cosa che non compete a chi deve garantire un servizio essenziale come un ospedale “hub”,  è un altro, gravissimo segnale di come la situazione sia maledettamente seria e non esistano più margini di strumentalizzazione, da nessuna delle parti interessate.
    Perché qui la partita non è a due (lavoratori e azienda) o a tre (lavoratori, azienda e dipartimento regionale salute) o a quattro (lavoratori, azienda, dipartimento regionale salute e tavolo “Massicci”).
    No.
    Qui la partita ha sempre un giocatore in più ed è un giocatore, il malato, che nella trincea si lamenta.
    Si lamenta e muore.
    Muore mentre soldati e ufficiali bestemmiano a denti stretti cercando una garza che non c’è o ricoverando per necessità una malata settica in sala operatoria e i generali continuano ad accarezzare il gatto…