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    Dalla politica regionale che non decide l’elogio della supercazzola e la resa di Catanzaro

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    di Giusva Branca – Alla fine Fonzie proprio non ce la fece a pronunciare la parola “scusa” e, allo stesso modo, il Consiglio regionale della Calabria non ce l’ha fatta

     

    a pronunciarsi in maniera netta sulla collocazione della Provincia di Crotone, contesa tra Catanzaro e Cosenza.
    Non ce l’ha fatta perché a un certo punto le chiacchiere stanno a zero ed è necessario prendere una posizione netta.
    E invece è stato il trionfo della timidezza. Timida la sollecitazione di Tallini a Scopelliti ad essere più chiaro quando il Presidente faceva riferimento alla storia dell’Ente provinciale catanzarese, timidissimo il documento approvato che si lascia andare all’unico riferimento sul tema in un contesto da sublimazione della supercazzola che avrebbe fatto impallidire Ugo Tognazzi:
    “…viste le indicazioni del consiglio delle autonomie locali, cosi come formalizzate nel documento approvato all’unanimità dal medesimo organo in data 1-10-2012, in cui – anche tenendo conto della ”storia territoriale” del comprensorio della Provincia di Catanzaro e delle successive argomentazioni che a suo tempo avevano portato alla costituzione delle Province di Crotone e di Vibo Valentia – si sottolineava l’abnormità della scelta operata dal Governo sottesa all’attuazione di un piano di riordino non condiviso dai territori coinvolti e, soprattutto, in assoluto contrasto con l’iter procedimentale stabilito dall’articolo 133 della Costituzione, il quale mette al centro del processo la volontà dei comuni….”
    Questo è il massimo riferimento che il documento approvato riesce a produrre rispetto al riordino geografico delle Province.
    In verità l’Aula (all’unanimità tranne Giordano, dell’Idv) si è pronunciata, rispetto al progetto di riordino delle Province, chiedendo una deroga anche per la Calabria, ma l’utilità, la conducenza e la serietà di un documento che censura una legge dello Stato che è tale da oltre due mesi appare come la Luna a mezzogiorno.
    Sarebbe come se la mia assemblea di condominio deliberasse di chiedere la Normandia e la Baviera, un colore in più nella bandiera italiana, i parastinchi di Falcao, una ciocca di capelli della Carrà e i 45 giri di Giorgio Gaber. Per carità, il verbale sarebbe intangibile, ma difficilmente si otterrebbe qualcosa.
    Sull’unico punto per il quale (in fortissimo ritardo) Roma attendeva ancora indicazioni per disegnare le nuove Province l’Aula non si è pronunciata.
    Troppo scomodo esporsi, troppo scomodo dichiararsi. E se neppure la deputazione catanzarese (né di maggioranza, né di opposizione) si è sbattuta più di tanto per aggiungere al documento un secondo punto che fosse chiaro e che chiedesse all’Aula di pronunciarsi chiaramente sulla collocazione di Crotone un motivo ci sarà.
    Probabilmente tutti sanno che si sarebbe trattata di una presa di posizione ormai inutile e tardiva, rispetto alla quale si è preferito sacrificare Catanzaro piuttosto che la faccia dei singoli esponendo, tra l’altro, l’Assemblea a curiose ripartizioni che, magari, avrebbero rispettato i criteri geografici mescolando quelli di appartenenza partitica in un mix pericoloso.
    Quindi tutti i Catanzaresi, Tallini e Amato, Loiero e Ciconte, Aiello e Parente, Magno e Scalzo hanno fischiettato indifferenti nel bosco fino alla fine reclamando a gran voce una deroga che sanno bene essere impossibile, pur di non affrontare la tematica con chiarezza e, magari, chiedere l’approvazione di un punto che prevedesse un referendum da sottoporre al Governo centrale.

    E così la palla passa definitivamente nelle stanze romane, in quelle di Palazzo Chigi che deciderà i confini senza neppure doversi scomodare a confutare una tesi ipoteticamente diversa proposta dalla Regione Calabria e in quelle della Corte Costituzionale, più volte evocata negli interventi in Aula ma che, come è noto, si pronuncerà a Novembre, non esattamente innescata oggi da Orsomarso & co.

    E se la politica della Calabria non ha il coraggio di decidere neppure su sé stessa, la prima ha un problema serio e la seconda è nei guai.

    La chiosa di Scopelliti lascia presagire un “extra time” del quale non v’è traccia: ”Se il Governo – ha detto il Governatore – dovesse decidere di accorpare le Province, allora noi avremo il nostro ruolo. Sarà un processo di riaggregazione assolutamente naturale, non saranno prese in considerazione le ipotesi fantasiose che ho sentito in questi giorni”.

    Ma Monti lo sa?