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Skytg24 rinuncia al corrispondente: la Calabria perde anche la sua voce

19 Maggio 2013
in Editoriali, EDITORIALI, RUBRICHE
Tempo di lettura: 3 minuti
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iatimanuela

di Giusva Branca – Il mancato rinnovo del contratto di Manuela Iatì, corrispondente per la Calabria di SkyTg24 venuto fuori, a sorpresa, dal palco di “Tabularasa”, non è un problema che  – seppur grave anche individualmente

dopo sei anni di onorato servizio – investe un singolo soggetto, a meno che quel soggetto non sia inteso come ‘Calabria’ e non ‘Manuela Iatì persona’.

 

Il fatto è che, quasi incredibilmente, un singolo contratto di lavoro diventa, in tal contesto, una scelta di natura geopolitica, se non addirittura geoculturale.

La mancanza di un punto di riferimento fisso in terra calabra da parte di SkyTg24 (si chiami Iatì o come vi pare) solleva, infatti, un vespaio di criticità e la scelta dei tagli orizzontali, senza valutare niente rispetto a situazione socio-criminale e a gravità dello stato delle cose calabresi in un contesto peraltro deterioratissimo su scala nazionale, lascia pensare, sorprende molto se arriva da un’emittente di gran lunga al di sopra di tutte le altre come Sky.

La perdita di un qualunque corrispondente dalla Calabria genera, in primo luogo, un chiaro deficit di informazione: ogniqualvolta accadrà un fatto di risonanza nazionale in Calabria, l’emittente Sky dovrà ipoteticamente sobbarcarsi i costi, soprattutto in termini qualitativi, dell’invio, ripetuto e singhiozzante, di un giornalista che, seppur capace e qualificato, sa di dover partire ogni volta da zero per costruirsi un network di informazioni base tale da fargli avere un quadro generale completo.

In secondo luogo, la devianza geopolitica e geoculturale. Ogni azione ha delle conseguenze, in questo molto gravi e, forse, prese alla leggera da parte dell’emittente Sky. Il pogrom informativo effettuato nei confronti della figura del corrispondente dalla Calabria colpisce e affonda il peso (molto leggero) che la regione possiede nella politica strategica ed informativa di una testata.

La Calabria, alla fin della fiera, smette di essere raccontata fuori dai suoi confini. Lapsus: smette di essere raccontata e basta. Diventa una sorta di enclave, una riserva indiana indegna di essere conosciuta e, quindi, da far conoscere al resto del Paese solo per le patologie che l’affliggono, senza alcun riguardo per la genesi profonda di queste.

Come un malato con una patologia infettiva, il Servo della metafora di Hegel viene ripudiato dal Padrone perché quest’ultimo ha paura di ammalarsi o, più prosaicamente, perchè ciò che conta è, ad esempio, la conta dei morti da sbattere “in pagina”, per la qual cosa vanno benissimo lanci di agenzie e, di tanto in tanto, inviati. La genesi, la comprensione delle dinamiche socioculturali che portano allo stato delle cose e che solo un osservatore esperto e del territorio possono garantire non servono alla massa, alla logica dei numeri e questa logica, alla quale siamo ormai un pò tutti avvezzi, da Sky non ce l’aspettavamo.

Ciò porta, di sicuro, ad una catarsi stupida ed inutile. Il fatto di bendarsi gli occhi e di non raccontare l’anima della Calabria al resto dell’Italia non implica che i problemi di questa regione, cioè problemi italiani, si risolvano automaticamente. Mettere la testa sotto la sabbia, come uno struzzo, giova soltanto a chi se ne frega di raccontare i problemi, le criticità (spesso carichi di contraddizioni, incongruenze che un “forestiero” non comprenderà mai) delle terre di frontiera.

Ma allora questo non è giornalismo, è un’altra storia.

La perdita di capacità di racconto da parte della Calabria, quindi, porta ad una sconfitta nella capacità di contare politicamente e culturalmente. E’ ovvio che se nessuno conosce un problema, ma al massimo le sue conseguenze finali, esso non viene affrontato e dunque risolto.

Unendo le criticità, informative, politiche e, soprattutto, culturali, il gioco a somma zero è pronto.

Una dichiarazione d’indipendenza non voluta dalla Calabria.

L’abbandono e l’ignoranza totali da parte del resto del Paese, il quale magari continuerà a pensare agli stereotipi sulla territorio affidati sempre e comunque ai 60 secondi di sintesi dell’inviato di turno con un piede sull’aereo…

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