
di Giusva Branca – Avevo sei anni, quasi sette in realtà, il mondo era ancora in bianco e nero, l’Italia già conosceva i prodromi dei feroci anni settanta, la Calabria era ancora squassata dalle ferite
post-rivolta di Reggio, esattamente otto giorni prima lo storico gol di Fabio Capello aveva consentito per la prima volta agli azzurri di espugnare lo stadio di Wembley.
Il 22 novembre del 1973, in piena crisi economica, con l’inflazione attorno al 20%, il Governo presieduto da Mariano Rumor, varava il pacchetto di norme anticrisi.
Da bambino facevo i conti con l’austerity.
Strade delle città a illuminazione ridotta, trasmissioni televisive chiuse alle 23, ultimo spettacolo dei cinema anticipato e, soprattutto, circolazione autoveicolare inibita a chiunque la domenica e a targhe alternate nel resto della settimana.
Quelle immagini – anche romantiche, in verità, con le città restituite a misura d’uomo alla domenica – me le porto appresso da quasi 40 anni e ad ogni piccolo input risalgono prepotenti la scia dei ricordi emotivi.
Il blocco dei Tir, unitamente alla ovvia psicosi che ha svuotato i supermercati, si è innestato su una situazione socio-economica ad altissimo rischio, come avevamo amaramente sottolineato e previsto da mesi, indicando, con precisione cronometrica, la fine di gennaio come l’avvio del tunnel più ruvido della crisi.
Complice il carburante che scarseggia, ma alimentata da un sentimento popolare diffuso e caratterizzato da una depressione di fondo che dagli indicatori socioeconomici ha fatto in fretta a trasferirsi nel profondo delle anime, la conseguenza più visibile è che, nelle città calabresi si notano visibilmente, ad occhio, numerose automobili in meno in circolazione.
Un tagliente maestrale mette il cappello su temperature già basse e non aiuta in questo senso; il fatto è che le strade, in pieno giorno lavorativo, sono improvvisamente svuotate dalla classica marmellata di traffico alla quale siamo abituati, i bar sono molto meno frequentati di prima, così i cinema, gli stadi, i palazzetti, i teatri.
La gente non vede l’ora di tapparsi in casa e i discorsi che puoi cogliere per strada poggiano su pilastri usurati, inadeguati sul piano della speranza.
Una speranza che non c’è, che non cogli, come se la gente solo adesso stesse cominciando a rendersi conto realmente che quanto paventato da mesi da testate come questa non era il frutto di una catastrofica visione delle cose.
Insomma, le auto che non vedi, il traffico che è sparito, dissolto insieme ai sorrisi e ad una bella fetta di speranze sono certamente indicatori ed effetto di uno stato di cose ormai evidente ma, al tempo stesso, anche causa di un ulteriore avvitamento nella depressione.
Un salto di qualità della crisi che mette in gioco, mette in discussione la tenuta stessa dello stato sociale. E ciò in Calabria è tanto più evidente quanto più questa terra ha colpevolmente pensato per decenni che sarebbe sempre intervenuto qualcun altro a pagare il suo conto.
In pochi, pochissimi, ad esempio, reclamando occupazione hanno pensato che questa dovesse essere una funzione quasi matematica del livello di produttività territoriale; bastava da un lato brandire il principio del diritto al lavoro e dall’altro utilizzare il grimaldello delle clientele. E via così, per decenni, con eserciti di occupati inutili, spesso nemmeno presenti sul posto di lavoro, ad appesantire, giorno dopo giorno, conti e risorse.
Provare a ripartire, adesso che anche i più ottimisti e bugiardi (fino a ieri) ti sbattono in faccia la crisi stringendosi nelle spalle, non solo non è facile, ma passa, paradossalmente, attraverso il toccare il fondo della crisi stessa.
Solo la scossa derivante dal problema reale e diffuso dei bisogni primari potrà scuoterci; soltanto le scelte necessarie e dolorose potranno farci comprendere che vanno riscritte le regole del gioco, che accontentarsi oggi preparando un domani migliore è l’unica via.
Solo la fame ci porterà ad accettare nuovamente i lavori umili, finora lasciati con disprezzo a rumeni e filippini, tunisini e indiani, tranne che non si voglia lasciare il campo proprio a loro (e se fosse proprio questa la via…?)
Quasi 20 anni fa Gianni Agnelli invitava ad occuparsi più del posto di lavoro che del costo del lavoro e la Calabria di questo sciagurato avvio di 2012 pare addirittura oltrepassare la tematica – classica – del posto di lavoro.
Se i Calabresi hanno veramente un po’ di fantasia è tempo che la esercitino, che si inventino attività, business, forme di aggregazione socio-economica. Al tempo stesso, però, è bene che i giovani studino e studino tanto, ponendosi per tempo il problema di cosa studiare, a cosa sia funzionale, in prospettiva, il corso di studi intrapreso.
Non è ammissibile – al giorno d’oggi – scoprire a 30 anni che il mercato forense è saturo o che non c’è posto per insegnanti e medici.
Scelte, servono scelte, individuali prima ancora che collettive.
Servono scelte anche forti, anche a costo di rimettere in gioco tutto. E quasi sempre la scelta di fondo si pone tra il seguire la propria vocazione ma pronti a scovarla ovunque nel mondo oppure restare in Calabria ma consapevoli della necessità di inventarsi qualcosa di nuovo, di funzionante, magari molto diverso dalle proprie aspirazioni di partenza.
In caso contrario si diventa parassiti.
Bisogna riflettere, pensare e per fare ciò serve calma, mai confusione; serve profondità di analisi, personale e di contesto.
Ficcarsi mani e piedi nella depressione generalizzata, se ti serve per trovare una via, finisce col consentirti di evitare quella personale, di depressione.
Una bella passeggiata a piedi, senza troppe automobili e mentre il maestrale ti schiaffeggia, però, può aiutare.




