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E se fossimo tutti colpevoli fino a prova contraria?

19 Maggio 2013
in EDITORIALI, Editoriali
Tempo di lettura: 4 minuti
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dilandrobombaportoneter

di Giusva Branca – La manifestazione voluta dall’Anm reggina per una volta ha lasciato in bocca ai chi c’era un gusto non amaro. La partecipazione di istituzioni, classe dirigente e semplici dirigenti è stata tale da dimostrare che questo genere di iniziative, quando non si

tramutano in sterili passerelle, hanno il loro senso, la loro funzione. Dimostrano a tutti, principalmente a chi è impegnato in prima linea nei vari settori, che tutto ha ancora un senso.

Lo spunto era la solidarietà al Procuratore Generale Di Landro, ma il discorso si è ben presto ampliato ed alcuni nodi sono venuti al pettine.

Il termine “borghesia mafiosa” è risuonato parecchie volte: nelle parole di Pignatone ma anche in quelle di Scopelliti e di Angela Napoli.

Lo spunto, ineludibile, lo ha fornito proprio il Procuratore della Repubblica parlando apertamente di collusioni. Collusioni delle quali la criminalità organizzata si giova e sulle quali prospera.

Sacrosante parole, ma, se volessimo tradurre, in cosa – concretamente – si trasformerebbero queste collusioni?

Facile a pensarsi, non altrettanto a dirsi, come sempre quando c’è da urlare che il re è nudo.

Le parole del Presidente del Tribunale reggino, Luciano Gerardis, entravano dentro di fronte a un uditorio immobile e muto: “Possiamo dire, tutti, a fine giornata, di aver fatto il nostro dovere?”

Ecco, il concetto di dovere, il senso di responsabilità in senso kennediano , pur mutuato da Cavour (“Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”)  è la vera chiave di lettura di tutto.

Giornalisti, avvocati, politici, magistrati, imprenditori e via dicendo: siamo veramente convinti di fare ogni giorno fino in fondo il nostro dovere?

Siamo certi di essere buoni servitori non dello Stato ma di quel senso dello Stato inteso come patto sociale che giustifica e garantisce la tenuta di ogni comunità sociale che si fa Stato?

Siamo sicuri di non tradire la nostra essenza di uomini prima e di professionisti poi?

Siamo così tranquilli rispetto al dubbio di non avere, a fine giornata, violato il codice etico che – necessariamente – alberga in ciascuno di noi, ancorchè spesso narcotizzato?

E, con esso, a seconda delle professioni, siamo certi di non fare brandelli dei codici deontologici che albergano dietro le professioni che ci siamo scelti, spesso con grandi sacrifici per raggiungere quei posti di responsabilità sociale che oggi ricopriamo?

E però la stella polare del nostro cammino ci ricorda ad ogni piè sospinto che più in alto sali sul monte e più vento trovi e che, fuor di metafora, i posti di rilievo sociale, quelli che, per intenderci, compongono la classe dirigente di un territorio, sono belli, esaltanti, ma portano appresso in modo inscindibile una responsabilità che non può essere elusa, nemmeno se il nostro senso di responsabilità non è pari alla responsabilità medesima, la quale, a sua volta, non è modulabile in base a come noi la percepiamo.

Ciascuno di noi, a fine giornata, sa perfettamente se assolversi o condannarsi, come l’arbitro quando sbaglia un fischio: è il primo a saperlo, non servono mille replay.

E allora, come sottolineato dal Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, non c’è più tempo per il torpore, non c’è più tempo per le sottovalutazioni, più o meno volontarie, di fenomeni e responsabilità, non c’è più tempo per autoassolversi.

Facciamo così, come si usa in casi di emergenza e, come, ad esempio, il codice di procedura penale prevede per le esigenze cautelari che, in caso di reati di mafia, sono presunte fino a dimostrazione del contrario: invertiamo anche noi l’onere della prova.

Che ciascuno di noi – e lo stato di cose che ci circonda alimenta questo esperimento – si senta colpevole a prescindere, ogni giorno, in parole, opere e, spessissimo, omissioni.

E che ciascuno di noi, a sé stesso prima ed agli altri poi, perché gli esempi ed i simboli vanno propagandati, dimostri ogni giorno che no, non è vero, non è colpevole perché ha compiuto fino in fondo il proprio dovere.

Siamo arrivati: il dovere, come Cavour e Kennedy (pensate a quanta diversità di uomini e contesti alberghi dietro la coincidenza di pensieri e valori) sottolineavano. Ma il senso del dovere alimenta qualcosa di ancora più importante, perché ne rappresenta la sua traduzione nel pratico, nelle attività quotidiane di ciascuno di noi: il senso di responsabilità.

Nel luglio scorso chi non c’era, a “Tabularasa”, il contest dedicato all’editoria di inchiesta e di denuncia organizzato da Urba/Strill.it, si è perso qualcosa. Si è perso, tra le altre cose, le accorate “orazioni” di Gherardo Colombo e Nicola Biondo, di Piergiorgio Morosini e Letizia Battaglia. Ma, soprattutto, si è perso una lectio magistralis di Umberto Ambrosoli che, raccontando la storia del padre Giorgio, liquidatore della Banca privata di Sindona che non debordò di un millimetro dalla linea del rigore e finì ucciso 31 anni fa, ha sottolineato  in maniera accorata, davanti ad una platea folta e rapita, la necessità di riappropriarsi del senso di responsabilità, individuale e collettivo.

Basterebbe che, semplicemente, quasi banalmente, ciascuno facesse solo e soltanto il proprio dovere, indipendentemente da altre ragioni e valutazioni. Solo il proprio dovere, senza alcun riguardo per le conseguenze, senza alcuna attenzione per sodalizi di alcun tipo: amicale, criminale, politico, parentale, ideologico.

Senza alcuna “valutazione di opportunità”.

Perché se ho il problema dei topi non mi importa di che colore sia il gatto: basta che li acchiappi…

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