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Home EDITORIALI

Regione: troppi dirigenti a ”zeru tituli” creano una burocrazia autoreferenziale

19 Maggio 2013
in EDITORIALI, Editoriali
Tempo di lettura: 4 minuti
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regionebandiere

di Giusva Branca – Chi ci legge abitualmente (che Dio lo perdoni) sa che nella nostra concezione dell’impalcatura sociale la classe dirigente è qualcosa che va ben al di là del mondo politico,

 a maggior ragione – ovviamente – nella Pubblica Amministrazione.

E allora è tempo di cominciare a capire – non toccherebbe a noi, ma non ci è nemmeno precluso fino a quando, almeno, un minimo di libertà esisterà ancora in questo Paese – che tipo di qualità alberghi nelle stanze dei bottoni che, in un modo o nell’altro, ogni giorno decidono le sorti di due milioni di calabresi.

La vicenda, grottesca e più che vagamente vergognosa, delle assunzioni rinviate sine die in Consiglio regionale, apre un fronte enorme che, per quieto vivere, in tanti fin qui, hanno fatto finta di non vedere.

I circa 250 dipendenti, a vario titolo, dalla figura più alta a quella più bassa, del Consiglio regionale della Calabria (e non sono considerati i circa 135 nuovi che prenderanno (?) servizio), sono, negli anni, pervenuti attraverso transito da altre amministrazioni dello Stato – spesso assai diverse – negli anni ’70, da “comandi” poi trasformatisi in definitivi, da un’infornata proveniente da uffici di collocamento e da un concorso riservato alle cooperative.

La legge 25 del 2001, leggi famigerato “concorsone”, ha fatto il resto.

Negli anni, in buona sostanza, la professionalizzazione iniziale, più che accettabile nei primi anni di vita dell’Ente, si è di molto annacquata grazie anche a “progressioni verticali” da lasciare allibiti.

Il risultato di questo scempio, soprattutto, nel mondo dirigenziale, è il seguente: accanto ad alcune figure professionali, di altissimo spessore e competenza che, in definitiva, tengono in piedi la baracca, ce ne sono altre che di alto hanno soltanto la qualifica professionale e, di conseguenza, la retribuzione.

Ma non è solo questo il problema, visto che ne convivono più di uno: esistono dipendenti del Consiglio regionale, alcuni di quelli “imbarcati” con la sopra indicata “legge 25”, ai quali, di fatto, perviene lo stipendio in banca e stop.

Si tratta di gente che non ha nemmeno il badge dei dipendenti, testimone implacabile di presenze, assenze ed orari di lavoro.

Diverso il discorso relativo, poi, alle strutture speciali. Qui, a rigore, non si tratta di dipendenti del Consiglio regionale, ma il costo grava comunque sull’Ente ed il sistema di controllo (della scelta, totalmente fiduciaria e, tra l’altro, perfetta come arma di propaganda elettorale ed anche di funzioni, di quantità di lavoro) è interamente rimesso allo stesso consigliere che si giova della struttura medesima.

Anche qui, evidentemente, ci si trova di fronte a strutture – e si tenga presente che poi esistono anche le strutture di supporto alle commissioni consiliari, ad esempio – nelle quali c’è chi lavora tanto e (essendo qualificato) bene, chi lavora senza competenze e chi non lavora affatto, magari, in qualche caso, senza nemmeno conoscere la strada che porta a Palazzo Campanella.

Il dato complessivo, apparentemente, è variegato ed è rimesso, nella sua valutazione finale, al senso etico di ciascuno, ma emerge chiaramente l’inadeguatezza del sistema nel suo complesso che non riesce a mettere in piedi (e probabilmente non ne ha nessuna intenzione) dei meccanismi automatici che consentano di valutare realmente il lavoro dei dipendenti e, soprattutto, dei dirigenti.

Anche perché il riconoscimento economico distribuito in relazione alla cosiddetta “produttività” diffuso “ a pioggia”, quasi automaticamente su tutti i dirigenti, oltre ad essere eticamente abominevole ed a rappresentare un danno per la P.A. , crea continue situazioni di frizioni sotterranee alimentate, giustamente, da chi lavora, si impegna e produce realmente nei confronti di alcuni colleghi che, invece, sono ugualmente gratificati senza meritarlo.

In questa torre di Babele una macchina complessa come il Consiglio regionale della Calabria dovrebbe garantire la massima qualità del prodotto, ma, sempre più spesso, l’intera impalcatura amministrativa regge sulle spalle dei soliti noti, a dispetto di altri che – nonostante carriere folgoranti e stipendi a 5 zeri – non hanno la voglia ma, soprattutto, le conoscenze di base adeguate al posto che occupano.

E così, consiliatura dopo consiliatura, mentre i pochi dirigenti validi e capaci, quasi tutti imbarcati nella prima ora dell’Ente, sono ormai alla stregua dei giapponesi che combattono praticamente da soli, il livello complessivo del lavoro prodotto a Palazzo Campanella è sceso paurosamente.

I primi concorsi della storia della Regione, banditi da Fedele sul finire della settima consiliatura e caparbiamente portati a compimento da Bova per tutta l’ottava, rappresentano forse l’ultima possibilità per immettere una ventata di aria nuova ed in molti casi di preparazione specifica nel palazzo.

Sempre che, il dirigente di turno non decida di rimangiarsi le assunzioni, quelle assunzioni figlie di un concorso che ha visto numerosi bocciati tra gli “interni”, in troppi casi rappresentanti di una burocrazia auoterefenziale o sponsorizzata a “zeru tituli” dal politico di turno.

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