
di Giusva Branca – Il punto più basso della storia amaranto degli ultimi 15 anni è evidentemente giunto. Al di là delle colpe per una parabola tristemente annunciata, come già scritto da noi oltre tre mesi addietro, ed anche sorvolando su talune scelte che hanno portato
a Reggio una serie di personaggi in cerca d’autore, l’analisi – fredda e lucida – ci porta ad una conclusione.
E’ una conclusione che incide nel metodo prima ancora che nel merito: la Reggina aveva costruito la sua fortuna, a partire dalla fine degli anni ’80, su una ventata di novità che introduceva un modello gestionale nuovo, moderno, accattivante. Il vento della novità e della managerialità spingeva quello dell’entusiasmo e viceversa ed entrambi alimentavano il coraggio delle scelte, spesso impopolari, talora quasi volontariamente controcorrente, ma sempre funzionali al progetto, all’idea da perseguire fino in fondo. E nacque il S.Agata ed arrivarono la B prima ed un’incredibile A dopo, seguirono nove anni di massima serie inframezzati da un campionato – vinto – di B.
Oggi di quel modo di essere non rimane più nulla e la Reggina Calcio è una società vecchia. Per carità, non certo rispetto alla carta d’identità del suo padre-padrone (che ha appena compiuto 60 anni), ma vecchia nei metodi. Alcuni rimasti inchiodati a dinamiche datate anni ’90 e quindi superate, altri evocanti, addirittura, un tuffo nel passato remoto improponibile.
E’ vecchio il modus operandi di Lillo Foti versione “one man band”, alla Costantino Rozzi, per intenderci, è vecchio il concetto per cui la Reggina sta da una parte, immobile, a volte scostante e sprezzante, e devono essere sempre e comunque i suoi tifosi a garantire entusiasmo e sostegno. E’ vecchio, sul piano tecnico, l’ormai scontato valzer di allenatori su una panchina che, dopo Mazzarri, è stata letteralmente violentata dal turn-over di inquilini. E’ vecchio il volersi affidare – per la gestione tecnico-societaria – solo e soltanto a uomini che da sempre sono una sorta di protesi del Presidente (Martino, Cerantola, Rosati), è vecchia l’invocazione al ritrovarsi attorno ad uno spirito-Reggina distrutto con sapienza quasi scientifica e metodica durante anni di scelte asettiche, per nulla coinvolgenti la tifoseria (alla quale è stata tolta anche l’illusione di stagioni esaltanti che nasceva d’estate con presentazioni davanti a folle oceaniche che sancivano e rinsaldavano l’abbraccio tra città e squadra) e che, nello specifico, hanno anche mortificato lo zoccolo duro dei supporters che, da sempre, vede (o vedeva?) nella provincia il suo baluardo.
E’ vecchio l’avere abbandonato alla deriva l’intero comparto di comunicazione senza un responsabile dei rapporti con la stampa, senza un responsabile dei rapporti con i clubs (che infatti si sono dissolti come neve al sole), il che comporta, ad esempio, un sito internet – quello si, moderno, almeno concettualmente – che, dati alla mano, è posizionato sul piano del traffico web, poco al di sopra di quello del Sassuolo e poco al di sotto di quello del Cesena (con tutto il rispetto per entrambe le società emiliano-romagnole).
E’ vecchio anche il concetto per il quale a Settembre ci si rimette al mercato di Gennaio per salvare il salvabile, è vecchia l’idea di un management ridottissimo negli uomini e praticamente ingessato, immobile nelle autonomie di scelta. E’ vecchia anche la continua, irritante, assunzione di responsabilità del presidente di fronte a fallimenti tecnici e societari, come vecchia è la sua irruzione bisettimanale negli spogliatoi per arringare la squadra con un copione da anni uguale a sè stesso e che nel circuito calcistico molti calciatori conoscono a memoria al punto da anticiparne le battute a mezza voce.
Ma c’è di più: questo vecchiume ha debordato i confini della Reggina Calcio ed ha invaso anche sue “pertinenze”. E’ vecchio, vecchissimo, il clima che si respira tra i gruppi ultras amaranto, in verità frantumati da tempo, come scrivevamo già 16 mesi addietro, ed ora ridottisi a patetiche sfide interne tra orazi e curiazi come usava negli anni ’70 e ’80.
E’ vecchio, vecchissimo anche il modo con il quale la stampa sportiva locale si occupa della tematica: salvo rare eccezioni nessuno di coloro i quali si occupano di Reggina lo fa a tempo pieno; in molti, troppi casi si tratta di approcci di tipo dopolavoristico che andavano bene una volta. Vecchi, appunto, ma che ora, con la Reggina in caduta libera, sarà difficilissimo professionalizzare per un banalissimo conto economico di domanda/offerta.
Siamo invecchiati senza accorgercene; presi dal fare le cose non ci siamo accorti di come le facevamo; come quella donna bella, bellissima, abituata alla ribalta a prescindere, che non si è mai interrogata sui requisiti necessari per mantenerla, e che, d’improvviso scopre che alle feste ed alle cene invitano altre più giovani e scopre anche che, allo specchio, le sue rughe dicono più della storia passata.
Una storia esaltante, meravigliosa, ma, appunto storia. E quando la ruota del tempo gira bisogna sapervisi adeguare.
Diventare anacronistici è solo l’anticamera dell’essere patetici.




