di Giusva Branca – Allora, il tappo concettuale lo fa saltare il numero uno del Pd calabrese, Carlo Guccione. In pieno affondo elettorale taccia la destra di inadeguatezza culturale rispetto alla guida della Regione. Beh, il tema è troppo ghiotto per lasciarlo scivolare così ed investe
come un fiume in piena l’intero arco politico-dirigenziale calabrese.
Cominciamo proprio dall’affermazione di Guccione e dal richiamo al livello culturale.
Uno sguardo appena approfondito all’interno degli Enti locali, dalla Regione a scendere, ci propone un panorama desolante, quasi barbaro. Ci regala uno scenario post-visigoto agghiacciante per partire, banalmente, dal titolo di studio – i dati che vengono fuori sono assolutamente imbarazzanti abbracciando, subito dopo, riferimenti culturali e di spessore in senso lato.
Che non salti mai in mente a nessuno di indagare sui percorsi formativi dei personaggi che oggi chiedono voti e fiducia.
Quanti libri hai letto? In quanti anni hai conseguito la laurea (ammesso che ce l’abbia una laurea)? Che tipo di esperienze lavorative o strettamente politiche hai alle spalle? Che esperienze gestionali di uomini e situazioni hai maturato? Cosa sai della Pubblica Amministrazione? Hai studiato i modelli di gestione della cosa pubblica in Italia e nel mondo? Conosci i valori costituzionali principali della Repubblica italiana? Che ne pensi del modello keynesiano? Ritieni che l’economia sociale di mercato proposto dalla scuola di Friburgo sia ancora applicabile?
Tutte domande ovvie, banali, come in molti, troppi casi – ahinoi – le risposte, scontate nelle loro desolante soluzione.
“Questo non è un Consiglio regionale, è una bettola” sussurrava a mezza voce e tra i denti uno dei suoi componenti uscendo dall’Aula al termine dell’ultima seduta del 2009 e, straordinariamente, non si rendeva conto di essere lui stesso uno dei prototipi maggiormente rappresentativi dell’osteria dalla quale, ubriaco di parole vuote e senza alcun senso, stava uscendo.
Il riferimento al casellario giudiziale nella scelta dei candidati è tanto ovvio quanto travolto da abitudini invereconde ormai passate da Montecitorio fin giù alle circoscrizioni, ma, va ricordato, trattasi di condizione necessaria e non sufficiente in un Paese normale.
D’altra parte non si vede perché se io accetto di salire a bordo di un aereo guidato da un pilota immune da precedenti penali ma assolutamente privo delle conoscenze tecnico-culturali necessarie sono un folle e, invece, se accetto di fare guidare le scelte e la mia vita di cittadino da qualcuno che troppe volte, quando a scuola spiegavano l’abc delle umane cose, non c’era divento elettore attento.
Guccione scoperchia la pentola dell’incultura del centrodestra, ma – senza accorgersene, come gli capita spesso – apre un fronte vastissimo dal quale rischiano di uscire con le ossa rotte, dati alla mano, il 70% dei politici operativi e/o aspiranti tali.
Gente che confonde il diritto con il favore, che è convinta che Dossetti fosse un terzino sinistro di qualche squadra degli anni 60, che quando dici Cordero pensa solo a Montezemolo; gente che, come diceva Stevenson – anche lui meschinamente scambiato per un giocatore di basket – per punire veramente bisognerebbe mandare a scuola, altro che in galera.
Gente che, insieme ai rudimenti culturali minimi non ha acquisito mai nemmeno i requisiti necessari per indignarsi, per arrossire.
Perché l’incultura, etico-morale prima che strictu sensu, comporta che non riesci più a riconoscere, giacchè per farlo è necessario, a monte, conoscere. Conoscere uomini e cose, conoscere la cultura vera per poi poterla distinguere dalle briciole di subcultura che ci vengono propinate ad ogni piè sospinto nelle fogge più disparate.
E questa incapacità, questo limite, prima o poi, porta dritti alla più estrema delle conseguenze: cari signori, più ignoranti siete e meno vi vergognate.
Ed infatti, soprattutto dalle nostre parti, non si vergogna più nessuno. Mai.




