“Legatelo stretto! Portatelo qui! Che la gabbia sia ben chiusa! Bell’uccelino fai il bravo ora canterai per me”,
così diceva soddisfatto l’Ayatollah bramoso di potere,
“Adesso farai esattamente quel che io ti ordino, sarai il mio principale vanto”, Ali Hoseyni voleva dimostrare la sua potenza, la sua capacità di controllo agli ospiti che sarebbero giunti fra tre giorni per la grande adunanza.
Aveva fatto imprigionare il Simurgh, l’uccello magico che sparge per il mondo la semenza di ogni arbusto di fiore e di frutto, lo avrebbe esibito a tutti, amici o nemici, che presto sarebbero giunti nella capitale. “Vedranno di cosa sono capace, ci saranno fiori solo nel giardino del mio palazzo il resto del mondo diverrà sterile”. Già assaporava il gusto della riverenza e del timore degli ospiti nei suoi confronti che tre giorni erano passati, tre giorni in cui il Simurgh era stato torturato e costretto a spargere semi solo nel giardino dell’Ayatollah, mentre fuori dalle mura si inaspriva la terra e si avanzava il deserto. “Che la gabbia d’oro del mio bell’uccellino sia piazzata al centro del grande salone, domani è il gran giorno”.
Si svegliò presto l’Ayatollah quel mattino, ansioso di mostrare alla platea il Simurgh, pronto a pavoneggiarsi restò di sasso quando spostato il tendale vide la gabbia vuota “Grrr! Chi ha liberato il mio prezioso animale? Chi ha osato?!!”. Di colpo si spalancarono le ampie finestre e tutti si affacciarono a scrutare l’orizzonte: si diradò la spessa foschia, dalle pianure alle alte montagne vi era un folto bosco di alberi e fiori colorati, il Simurgh era cavalcato da Mahsa, una giovane donna dai lunghi capelli neri raccolti in un paio di trecce che urlò forte e fiera “Malvagio usurpatore! che il popolo sia libero! Che la vita possa germogliare ancora!”
Piovasco






