di Grazia Candido – Sulla facciata del Comando provinciale dei Vigili del fuoco spicca l’immagine di Antonino Candido, Matteo Gastaldo e Marco Triches illuminata dai fari posti dai colleghi e sparati sul palazzo e sulla Rotonda ai Caduti dove ieri sera, per il terzo anniversario dalla morte dei tre giovani pompieri uccisi a Quargnento la notte tra il 4 e il 5 del 2019, dopo la santa messa officiata da don Giacomo D’Anna, sono stati depositati i fiori.
Il dolore dei familiari di Antonino è una lama che squarcia anche le anime più dure e non vedere sui volti di mamma Marina e papà Angelo un sorriso che non splenderà più per colpa della cieca ignoranza e cattiveria umana, è qualcosa di insopportabile.
Avvolti dal calore di amici e colleghi, i familiari di Nino provano a portare avanti ciò che, nella sua breve vita, ha lasciato il giovane e, proprio in quella seconda famiglia dei Vigili del Fuoco, cercano di trovare la forza affinchè il sacrificio di Nino, Matteo e Marco non sia vano. Nelle parole cariche d’amore e attenzione del Capitano Maria Cavaliere presente ieri sera alla commemorazione insieme all’ex comandante provinciale Carlo Metelli e ad una corposa schiera di Vigili del Fuoco e volontari, si percepisce che è difficile dimenticare qualcuno che ti ha dato così tanto da ricordare.
“Il mestiere dei vigili del fuoco è il mestiere più amato, più bello ma dietro alla passione, c’è la consapevolezza che quando si esce per un intervento, l’adrenalina che ci spinge a dare aiuto a chi ne ha bisogno, ad alleviare le difficoltà, a non pensare al pericolo che c’è dietro ogni emergenza, ci fa anche capire che potremmo non ritornare a casa dalle nostre famiglie – esordisce il comandante provinciale Cavaliere -. La nostra preghiera dice: “Un giorno senza rischio, è un giorno non vissuto”. Ho la foto di Nino e degli altri colleghi in ufficio e ogni giorno, li guardo e rifletto. Nino in modo particolare, l’ho conosciuto attraverso le parole dei colleghi, attraverso le lacrime della mamma, l’espressione dura del papà, dura non perché sia duro dentro ma è il dolore che lo ha reso tale e anche attraverso lo sguardo triste di Elena. Le persone le conosci anche così”.
Nell’esprimere “vicinanza non solo come Comandante ma come moglie, mamma e donna”, l’ingegnere Cavaliere ribadisce che “il lavoro dei vigili del fuoco purtroppo è così e non possiamo dimenticare che quando usciamo per un intervento, potremmo salvare una vita a discapito della nostra”.
“I nostri figli crescono nell’immaginario dei vigili del fuoco perché vedono la tempra dei loro genitori, così come ha fatto Nino – continua il Comandante provinciale -. Nino, Matteo e Marco quella sera, sono andati per aiutare chi aveva bisogno. E poi, permettetemi di dire un’altra cosa: nel periodo estivo, interveniamo spesso per incendi appiccati nei boschi, incendi che potrebbero essere evitati e chi dà fuoco non si rende conto che dietro c’è la fatica di chi interviene e che potrebbe perdere la vita per quell’intervento”.
Gli applausi di una chiesa gremita, idealmente, confortano una famiglia distrutta che deve però ritrovare la forza per alzarsi e andare avanti e lo deve fare per Nino, Matteo e Marco che, nonostante la loro giovane età, hanno lasciato un grande patrimonio umano e un messaggio che tutti dovremmo tenere a mente: quando non si può tornare indietro, bisogna preoccuparsi soltanto del modo migliore per avanzare e che il perdono libera e serve a noi stessi e non a chi abbiamo perdonato.





