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Reggio Calabria – La travolgente “ristrutturazione umana” di Sergio Rubini

8 Agosto 2022
in In evidenza, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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Reggio Calabria – La travolgente “ristrutturazione umana” di Sergio Rubini

di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Non è da tutti riuscire a portare sul palco, i problemi quotidiani traendo da questi i lati positivi, sorrisi ma soprattutto, trovare il modo per reagire superando gli ostacoli. Ebbene, l’istrionico attore pugliese Sergio Rubini è riuscito benissimo a fare questo e, con estrema naturalezza, ieri sera, all’arena “Neri” di Catonateatro ha messo in scena una vera “Ristrutturazione” umana.

Il suo è un racconto tragicomico delle vicende legate alle case che l’attore ha abitato nel corso della sua vita a partire da un seminterrato buio soprannominato “il pozzo”, comprato con i risparmi dei genitori che volevano stabilità per il figlio che da Grumo Appula, è andato a Roma per fare l’attore.

“Papà era calabrese e trascorrevo qui le vacanze estive – esordisce Sergio il cui spettacolo è aperto da un intermezzo dei “Musica da ripostiglio”, quattro musicisti eccezionali che hanno fatto da cornice all’intenso e travolgente monologo -. Questo è uno spettacolo post Covid che ho voluto fare per rioccupare gli spazi della socialità, è uno spettacolo leggero, confidenziale ma non superficiale. Quando ho pensato al tema da trattare, ho subito considerato che uno dei grandi protagonisti, soprattutto durante il lockdown, è stata la casa: per settimane siamo tutti rimasti chiusi dentro le nostre abitazioni, ancora oggi, continuiamo a sentire parlare di Smart working, Dad e proprio nel periodo in cui non si potevano ricevere ospiti, abbiamo rilevato che le nostre casa sono scomode”.

Sergio parte proprio dall’idea di “architetti illuminati” (e menziona uno dei maestri dell’architettura italiana, Giò Ponti, designer tra i più importanti del XX secolo) che hanno immaginato case idonee per gli esseri umani soffermandosi da una parte, sulla visionarietà di questi tecnici e dall’altra, sulla realtà delle cose che, effettivamente, servono all’uomo.
Racconta le sventure che gli capitano nella “microcasa” con terrazza sui tetti romani per passare poi, a quella in cui non funziona il citofono ed arrivare finalmente, alla casa “decisiva”, comprata dopo estenuanti trattative con la venditrice e, giunte a buon fine, solo grazie al Tavor generosamente distribuito dal notaio incaricato del rogito.
Il pubblico ride tanto per quelle disavventure caratterizzate da guasti, allagamenti, una ristrutturazione di una vasca da bagno dai tempi infiniti e dai costi esorbitanti, per quei personaggi truffaldini e incapaci che cercano invano di risolvere i problemi dell’attore, all’intervento dello psicanalista che da venticinque anni tiene a bada le sue nevrosi, alla pandemia vissuta in coppia con la compagna sempre dentro casa.

Rubini è un treno in corsa, si ferma solo per dare spazio agli intermezzi della band Musica da ripostiglio (“ci chiamiamo così, dice il leader del gruppo, perché da camera ci sembrava eccessivo”) bravissimi strumentisti che riescono a conciliare ai racconti sonorità perfette, piacevoli, a puntellare quei testi frizzanti e l’architettura solida del monologo.
Nelle storie che racconta Sergio, si ritrova ogni spettatore perché la “casa è il luogo della nostra spiritualità anche se, spesso, la pensiamo solo dal punto di vista materialistico”.
Una cosa è certa: “i disastri in casa ci capitano perchè ci affidiamo a degli improvvisati ma è fondamentale concentrarsi sul non necessario – postilla Rubini a fine spettacolo -. Non dobbiamo ristrutturare solo gli appartamenti ma, gli uomini. Abbiamo bisogno di una ristrutturazione umana”.
E’ un messaggio importante che questa pandemia ha rimarcato all’umanità, azzerando tutto, imponendo nuove regole, stili di vita, comportamenti sociali. Ognuno deve in un certo senso, ristrutturare il proprio profondo perchè è lì la vera “casa” nella quale si deve abitare e vivere bene un’esistenza che non va sprecata per niente e per nessuno.

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