di Grazia Candido (foto Gianni Siclari) – Partiamo dalla fine: applausi, tante risate e tre talenti del teatro che, finalmente, ritornano a calcare la scena restituendo una serenità che mancava da troppo tempo.
Si potrebbe riassumere così la brillante commedia “Due botte a settimana” scritta e diretta dagli attori Marco Marzocca e Stefano Sarcinelli e con la preziosa collaborazione del giovane artista Leonardo Fiaschi che, ieri sera, hanno conquistato l’affezionato e coraggioso pubblico dell’Officina dell’Arte di Peppe Piromalli.

Tre “cavalli di razza”, abilissimi a tenere inchiodati per un’ora e 50 minuti, gli spettatori alle poltroncine stregati da una storia che mette a nudo la difficoltà del rapporto tra un padre e un figlio, un imprenditore creativo travolto dalle sue passioni e che sperpera il denaro senza possedere un progetto di vita reale e solido.
Ad aprire la pièce, la seduta psicoterapeutica del produttore Stefano Toro, interpretato dal magnetico Stefano Sarcinelli che, nel suo appartamento adibito ad ufficio, si confronta con Leonardo Fiaschi, aspirante artista che, sotto diverse identità (perfetto imitatore di Amadeus, Gianni Morandi, Jovanotti, Mahmood, Gabbani vestito da scimmia, Cremonini, Max Pezzali, Gianna Nannini, le Vibrazione, il Papa in borghese, Gattuso, il tenente della Gdf Capetti) cerca disperatamente di convincerlo a prenderlo.

Gli equilibri sono messi a dura prova dal padre di Stefano, il notaio Raimondo (il vulcanico Marzocca), un uomo burbero, nutrito dai forti valori di una volta e che “fa le domande e si dà pure le risposte”.
“Tu non sei un imprenditore ma un prenditore delle tasche mie. In Italia, c’è la fuga dei cervelli e io prego affinché a fuggire ci sia tu” – rimprovera Raimondo al figlio dopo aver scoperto gli assurdi acquisti di un pisciatoio per 6 mila euro, occhiali per Polifemo al costo di 3.500 euro e un pesce rosso di 5.000 euro.
Il rapporto tra padre e figlio diventa sempre più ostico soprattutto, quando Raimondo scopre l’ambiguità dei personaggi che frequentano la casa del figlio e di come questi si lasci facilmente imbrogliare dalla vita. In una divertentissima intelaiatura narrativa, si inserisce il domestico Ariel al servizio di Stefano e che mette nei guai padre e figlio a causa della sua imperfetta comprensione della lingua italiana.

Il pubblico ride, anche tanto, quando Ariel pensa che il barometro misuri le bare o quando affida i soldi di Stefano al muto che incontra per strada e non al banchiere per pagare il mutuo del produttore. Sketch esilaranti, equivoci, la paura di voler essere qualcosa che non si è, la mancanza dell’affetto materno e l’incomprensione paterna, rendono ancora più travolgente una storia caratterizzata da un Sarcinelli che, alterna il ruolo di spalla comica a quello di coprotagonista, restituendo dinamicità alla pièce e di un Marzocca che, con le sue “creature”, bolla il successo della commedia. Un successo determinato anche dalle soluzioni narrative del giovane imitatore Fiaschi preciso ed incalzante in ogni suo intervento. Ma in questa storia, si cela un risvolto umano non di poco conto: la voce della mamma, ormai morta da qualche tempo, sprona Stefano ad ascoltare se stesso.

“Sii te stesso. Nella vita bisogna avere il coraggio di fare le proprie scelte – lo incoraggia così la mamma interpretata sempre da un poliedrico Marzocca -. Abbi il coraggio di essere te stesso di fronte al mondo e non avere paura di avere paura”.

Parole che risuonano finalmente, in quel figlio che non si vergogna più, non teme il giudizio severo del padre e, in penombra, mostra al pubblico ciò che vuole davvero fare nella vita: il cabaret. La trasformazione di Stefano in guepiere, è la conferma che in un mondo che cerca continuamente di cambiarti, essere se stessi è la più grande conquista che ognuno di noi possa fare.








