Partiamo da un assunto: la responsabilitá (penale ma anche etica e morale) è personale.
Pare una banalità, ma in questi tempi di delirio delle coscienze forse non lo è.
Non entro nel merito – non ne ho le competenze medico-scientifiche – delle norme anticovid che riguardano i pubblici esercizi, i “locali”, per intenderci, ma da conoscitore del diritto (modestamente attrezzato, per carità) una riflessione non riesco a trattenerla.
Dalle 18, orario dopo il quale i locali diventano off limits, scatta per tutti il divieto di consumazione all’interno degli stessi, restando possibile la vendita per asporto.
Questa dinamica porta quasi sempre ad assembramenti in strada, in luoghi nelle vicinanze ma non certo nella disponibilità o nel controllo dei locali stessi.
È frequente la misura di chiusura per 5 giorni del locale stesso che non viene sanzionato con multe quasi mai perchè gli agenti riscontrano all’interno il rispetto assoluto e preciso delle prescrizioni.
I 5 giorni scaturiscono – in maniera curiosa ma non nuova – da una sorta di responsabilità oggettiva del locale che, solo con la sua presenza sul territorio, rappresenta uno spunto, una sorta di tentazione, mettiamola così.
Sono addirittura numerosi i casi in cui sono gli stessi titolari a chiedere ausilio agli agenti quando vedono che la situazione – in strada – rischia di andare fuori controllo.
Ciò che, francamente, disturba, è – però – il serpeggiante giudizio morale collettivo a carico dei titolari dei locali, rei di lavorare e di mantenere famiglie, oltre che di offrire un servizio, lo ripeto, nel pieno rispetto della legge. Praticamente per il solo fatto di esistere.
Certo, spesso a parlare e a dare buoni consigli è chi – per vari motivi – non può più dare il cattivo esempio, come cantava Faber.
E, aggiungo io, Dio solo sa quanto vorrebbe farlo ancora…
(gibbì)






