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    L’analisi: 14 punti percentuali in 14 giorni non sono figli della Lega, vince anche il modo di chiedere fiducia, i confronti hanno chiarito tutto

    di Giusva Branca – I dati elettorali vanno letti, analizzati, scomposti, incrociati. Dietro le loro apparenze spesso si celano realtà diverse, magari di lettura meno complessa di ciò che si crede.

    E, appunto, incrociando i dati del primo e del secondo turno elettorale per eleggere il Sindaco di Reggio Calabria emerge in maniera netta un quadro per certi versi tranquillizzante.

    Sia chiaro, non tranquillizzante rispetto a chi ha vinto e chi ha perso (questo è figlio, per ciascuno, del proprio modo di vedere le cose), ma con riferimento a un minimo di logica, di valori condivisi.

    Ma partiamo dai numeri, che devono guidarci in questa analisi.

    Al primo giro Falcomatà si era “mangiato” quasi tutto il vantaggio connaturato al suo essere Sindaco uscente nei confronti di Minicuci e il dato era da un lato scontato e dall’altro assai preoccupante per Falcomatà e tutta la sua coalizione.

    I poco più di 3 punti percentuali che separavano i due contendenti al primo turno tratteggiavano un quadro di sostanziale equilibrio, e, soprattutto, ci consegnavano un dato importante e assai significativo, in positivo, per la coalizione di centrodestra: il peccato originale della Lega, l’innominabile accordo che aveva calpestato la dignità di un territorio portando Salvini a mettere la bandierina sul portone di Palazzo San Giorgio era stato in qualche modo metabolizzato senza troppi danni dagli elettori e, infatti il vantaggio di Falcomatà era presente ma risicato.

    Ora, la domanda è la seguente: posto che Minicuci espressione della Lega al primo turno è ad un tiro di schioppo da Falcomatà nelle preferenze degli elettori, cosa diavolo è accaduto in soli 14 giorni per spiegare una figuraccia di tal fatta, un tracollo epocale come quello che si è materializzato – peggio che nei peggiori incubi –nelle urne del turno di ballottaggio per il centrodestra?

    Cosa è accaduto in 14 giorni perché il candidato, ormai metabolizzato come espressione di Salvini, passasse da 3 a 17 punti percentuali di distacco?

    Quale inconfessabile autogol sta alla base del fatto che, addirittura, a Minicuci sono mancati un po’ di voti rispetto alla tornata precedente (cioè non solo non ha convinto nessun elettore in più, ma qualche centinaio dei suoi si è anche pentito di averlo votato al primo turno)?

    Semplicemente è accaduto che, al netto dei condizionamenti legati ai colori partitici, i due candidati sono venuti fuori al naturale e la gente ha scelto.

    Dopo essere scappato da tutti i confronti (e, col senno di poi, aveva i suoi buoni motivi, secondo l’immarcescibile regola del ‘monaco pirchì fui…?’) Minicuci, presentandosi alle telecamere, ha commesso l’errore capitale che da un lato non ha tolto l’impressione che, appunto si volesse sottrarre al confronto pubblico e dall’altro, però, lo ha mostrato nudo.

    Minicuci e chi lo ha consigliato avrebbero dovuto restare lontani dalle telecamere il più possibile, adducendo ogni tipo di scusa pur di evitare il disastro.

    Disastro che si è materializzato in due confronti che sono stati per il candidato di centrodestra uno più apocalittico dell’altro, due occasioni nelle quali si è scavato il solco dei 17 punti percentuali, dei 14.000 voti di differenza su 77.000 votanti complessivi.

    Il dato tranquillizzante è che la gente, al di là dell’apprezzamento (non esattamente memorabile) o meno per quanto fatto da Falcomatà dal 2014 a oggi, ha premiato il suo essere comunque padrone delle tematiche, la sua capacità di esporle, di leggerle.

    La gente ha premiato l’ossessivo tentativo di Falcomatà di proporre un’idea, una via concreta di risoluzione dei problemi; ma la gente ha premiato anche la sua capacità di eloquio, i modi signorili e anche la sua identitarietà.

    Questi 14 punti percentuali di differenza non sono figli della Lega, non più.

    Sono il frutto, appunto, del confronto, sono un segnale di nuova, ulteriore, per certi versi inattesa, fiducia nei confronti del sindaco ragazzino, (come in maniera sgraziata, infelice, livorosa e francamente di pessimo gusto per l’immancabile riferimento alla memoria del Giudice Livatino lo ha appellato Minicuci).

    Sono anche il segnale di uno stop a una politica dichiaratamente arruffona nella sua capacità di comunicarla, nella progettualità che da un lato ti fa cadere dall’alto sul territorio un candidato che nemmeno può votare qua essendo iscritto nelle liste elettorali di altro Comune e dall’altro ti fa affidarti a slogan che effetto non lo fanno più a nessuno se non spieghi esattamente come pensi di realizzare le cose che sbandieri nel libro dei sogni.

    I 14 punti percentuali di differenza maturati in 14 giorni (1 punto al giorno, tutti i giorni) sono anche la bocciatura della forma, delle parole fuori contesto, dei gesti da taverna, delle versioni dette, ridette e poi ridette ancora in forma diversa (poche ore dopo l’esito elettorale di ballottaggio Minicuci ringraziava Salvini “per avermi indicato quale candidato Sindaco per questo raggruppamento” dopo averne preso le distanze fino a poche ore prima).

    Falcomatà – in condizioni oggettivamente difficili – sa, però, di avere commesso tanti errori in questi anni, spesso sotto forma di omissioni, sa bene che tempo da perdere non ne ha più, sa anche che la nuova fiducia assegnatagli è figlia, in parte, del principio di relatività rispetto allo spessore del candidato Minicuci.

    Falcomatà sa bene che deve liberarsi da mille lacci che lui stesso si è colpevolmente scelto in questi anni e conosce bene, altresì, le condizioni generali in cui versa la sua città, amministrata da lui da ben sei anni.

    Falcomatà, però, sa anche che con la sua faccia, in soli 14 giorni ha scavato un solco di credibilità rispetto a un candidato che i numeri davano a un tiro di schioppo da lui.

    Falcomatà sa bene cosa deve fare e come e in che tempi (molto stretti) per meritarsi questo secondo tempo che – un po’ per improponibilità dell’avversario e un po’ per la sua capacità di essere ancora credibile nei confronti pubblici, nelle proposte, come dimostrato dai confronti stessi – ha la possibilità di giocarsi.

    Dalla sua capacità di mettere in pratica ciò che ben conosce liberandosi di parecchi “il gatto e la volpe” che negli anni lo hanno spesso condizionato (e sempre rappresentato malissimo) passa il futuro di Reggio.

    La strada è stretta, il timoniere è ancora lo stesso, in molti avrebbero voluto cambiarlo, poi hanno deciso che certi valori, alcune caratteristiche di Falcomatà meritassero ancora fiducia.

    Al netto di un Minicuci che il centrodestra ha presentato o sicuro di perdere (e sarebbe grave) o certo di vincere (e sarebbe ancora più grave) e che ora, però, già pochi minuti dopo il tracollo elettorale, è stato scaricato pubblicamente da elettori e compagni di coalizione, molti dei quali, addirittura, stanno già presentando il conto della scelta “alla quale non abbiamo mai creduto” nelle stanze romane che la hanno imposta, pur con la accondiscendenza di chi se la è fatta imporre.

    E questo non è bello.

    Ma di cose belle in questa campagna elettorale se ne sono viste poche.

    Ilari si, però…