I sindaci del Pd hanno deciso di sospendere il Decreto sicurezza nelle loro città, disobbedendo civilmente a un provvedimento definito “disumano e criminogeno e che puzza di razziale”.
L’articolo del decreto fortemente contestato è il 13esimo della legge 132/18. Esso stabilisce che il permesso di soggiorno rilasciato al richiedente asilo costituisce sì un documento di riconoscimento, ma non basterà più per iscriversi all’anagrafe e quindi avere la residenza. In questo modo i richiedenti asilo non potranno ricevere una carta di identità e di conseguenza accedere al servizio sanitario o cercarsi un lavoro.
Il capofila è il sindaco del capoluogo siciliano Leoluca Orlando, che ha inviato una nota al capo dell’Ufficio anagrafe della sua città ordinando di «sospendere qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, riferimento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica». Con Orlando si sono schierati il sindaco di Napoli de Magistris (che ha rivendicato una primogenitura del boicottaggio delle nuove norme firmate Salvini), e i primi cittadini di Firenze, Dario Nardella, e di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà.
“Come sindaci avevamo rilevato queste problematiche fin da ottobre e non c’è stata alcuna concertazione e condivisione. Nella nostra città mai applicheremo norme che vanno contro i principi costituzionali e di accoglienza. Ci dicono di sgomberare gli irregolari e non ci dicono dove collocarli – ha dichiarato Falcomatà. Un aspetto che mi inquieta molto è anche la possibilità di vendere beni sequestrati alla mafia senza alcuna selezione. In questo modo il mafioso rischia, attraverso un prestanome, di rientrare in possesso del bene confiscato”.






