di Anna Foti – Uno scrigno lucente in cui ogni ciottolo è pietra preziosa che risplende dal passato, incastonata in una valle antica; un affresco luminoso in ogni stagione dell’anno, anche in assenza di sole e con la luna discreta complice; un narratore silenzioso di Storie di popoli e culture al cospetto delle maestose montagne dell’Aspromonte. Un lungo e sinuoso filamento d’argento di giorno e un cratere lunare di notte: così la vallata dell’Amendolea si mostra in tutto il suo fascino e, nel cuore dell’area grecanica che la custodisce, narra millenni di storia. C’è una magia palpabile in questo luogo saldato tra cielo e terra e che ha incantano anche i corsisti, impegnati nella loro seconda escursione, del ciclo di incontri culturali dedicati alle radici greche della nostra identità denominato Pame Ambro’ (in lingua greca di Calabria “Andiamo avanti”). Promossa dall’assessorato comunale alle Minoranze linguistiche di Reggio Calabria retto da Lucia Anita Nucera, l’iniziativa non si esaurisce qui; già altre manifestazioni sono state annunciate. Intanto oggi a palazzo San Giorgio la consegna degli attestati alla presenza dell’assessora Lucia Anita Nucera e del sindaco Giuseppe Falcomatà.
Frazione del comune di Condofuri, Amendolea (Amiddalia – Amigdala in greco di Calabria mandorleto) deve con ogni probabilità il suo nome ai mandorli in fiore che un tempo copiosi popolavano gli argini. La fiumara, il corso d’acqua più importante della provincia di Reggio Calabria, lungo 36 chilometri, un tempo navigabile secondo la penna antica e autorevole di Strabone, ha lasciato tracce vive in quello scroscio leggero e armonioso delle acque e in quel flusso trasparente che scorre delicatamente sopra le pietre a mormorare, a sussurrare instancabile che la storia da lì è passata. Oggi quel che sopravvive di questo torrente è traccia suggestiva capace di rievocazioni intense di quanto maestosa potesse essere al tempo dei Greci e di vivide sollecitazioni dell’immaginazione. E’ ancora controversa se fosse questa o la fiumara di Palizzi a dividere le due gloriose colonie Magno greche di Rhegion e Lokroi Epizephirioi.
Dall’Aspromonte fino al mar Ionio, la Fiumara dell’Amendolea approda al mare dopo aver bagnato Roccaforte del Greco, Roghudi e Condofuri, mentre Bova resta a dominare la valle ellenofona. Attraversa gole e dirupi, traccia curve e pendii, fluttua nelle cascate di Maesano e nel lago Olinda in prossimità della contrada Santa Triada di Roccaforte del Greco, fino alla sua massima espansione in larghezza (pari a 500 metri) quando incontra il torrente Colella. Accoglie le acque del Menta nel suo incedere a valle e giuntovi accoglie la fiumara di Condofuri segnando nella montagna la Rocca del Lupo.
A dominare la vallata, il suo borgo di cui vi è traccia documentata dal 1099. Raggiunto a piedi dopo una salita ripida e addolcita da una flora variegata e pregna di tradizioni e memorie e dalla storia delle ere geologiche impresse sulle rocce, esso si presenta con un piazzale dal quale è possibile guardare ai ruderi dell’abside della Chiesa di Santa Caterina, al campanile della chiesa di San Sebastiano, ai resti delle abitazioni private e a quelli della chiesa dell’Annunziata, orientata ad est secondo la tradizione religiosa orientale.
Domina la vallata anche il castello di epoca normanna che attraversò secoli e casate fino a giungere ai Ruffo di Bagnara che la abitarono per ultimi quasi fino al 1800. Di esso restano rovine parlanti, come le avrebbe definite il giornalista e scrittore viaggiatore triestino Paolo Rumiz (qualora si fosse recato nel reggino anche lì oltre che ad Africo e Ferruzzano nei suoi viaggi tra le Dimore nel Vento); rovine che incorniciano il cielo e conducono ai resti di una cappella costruita in età normanna che nel suo secondo livello rivela la presenza di una chiesetta a pianta absidale, bizantina e pertanto orientata a sud. Sui muri nessuna traccia degli affreschi che pure ci saranno stati ad adonarla e li’ anche i resti di una piccola cisterna, anch’essa molto antica. Un grande camino fu costruito tra il XIII e il XV secolo. I suoi resti, con le altre rovine, sono sopravvissuti ai sismi del 1783 e del 1908.
E’ rimasto tanto da vedere (ad esempio la chiesa nuova dell’Annunziata con la Madonna con Bambino in marmo bianco della scuola del Montorsoli), quanto basta per tornare e magari ritornare anche tra i bergamotti la cui essenza naturale è commercializzata tramite il consorzio Bioassoberg, con sede a Melito Porto Salvo e di cui fa parte anche Ugo Sergi con la sua passione e la sua determinazione, e che però tiene rapporti commerciali solo con altri continenti. Altrove, piuttosto che qui, la molteplicità dei prodotti derivanti dall’essenza naturale del nostro oro verde, che solo in un tratto della nostra costa reggina ha la sua privilegiata culla, trova mercato che la apprezzi, la ricerchi, e la valorizzi.
Non è solo la storia di questi luoghi a dover essere riscoperta e tramandata, a dover interrogare la nostra conoscenza e la nostra smemoratezza; è anche la nostra economia a doversi interrogare sulla capacità di generare sviluppo, negato in loco e conquistato solo lontano, pur avendo a chilometro zero risorse di primo ordine come il bergamotto e talenti capaci di rispettarne l’essenza e di fare profitto etico, in armonia con la natura e l’ambiente.






