di Grazia Candido – Una trama semplice ma dolorosa, logorante come il rapporto tra i coniugi Roses, due personalità forti che, però, si spengono lite dopo lite ma a tratti divertente e folle. Al teatro “Cilea” ieri sera all’interno della kermesse “Le maschere e i volti” della Polis Cultura, Ambra Angiolini e Matteo Cremon (rispettivamente nei panni dei protagonisti Barbara e Jonathan) mettono in scena “La guerra dei Roses” testo riscritto e reinterpretato che porta la firma del regista Filippo Dini e la cui storia è tratta dal romanzo di Warren Adler diventata film di culto con Michael Douglas e Kathleen Turner con la regia di Danny De Vito.
Jonathan è un ricco e ambizioso uomo d’affari mentre Barbara è una moglie obbediente, fedele, che lo segue nella sua brillante ascesa, con amore e un pizzico di devozione fino al giorno in cui quella vita da “accompagnatrice in bella mostra” alle cene e ai party di lavoro, non le sta più comoda.
Soffocata da un peso che le toglie il fiato, Barbara chiede il divorzio e in cambio vuole la lussuosissima casa in cui vivono, comprata con i soldi del marito. Questo è l’inizio della fine, del delirio dell’onnipotenza tra loro e tra i due avvocati che li difendono (Massimo Cagnina ed Emanuela Guaiana).
La separazione e poi la forzata convivenza diventa caotica a volte comica. I due coniugi iniziano a farsi i dispetti reciprocamente, ad essere crudeli, a rovinare quell’amore che sino ad allora li aveva uniti e resi una cosa sola. E si arriva ad una distruzione violenta e passionale simile all’inizio del loro amore. La scenografia è tutta in pendenza come la vita dei due protagonisti pronti sempre a “duettare e duellare”.
“Siamo tutti diabolici – ripete l’accattivante Angiolini, puntigliosa sulla scena come dietro le quinte (rifiuta di incontrare la stampa a differenza dell’attore Cremon disponibile a svelare qualche anticipazione sulla commedia) – all’inizio e alla fine di una storia d’amore e con la stessa forza ci innamoriamo e smettiamo di amarci, anzi arriviamo ad amarci diversamente, tra crudeltà e cattiverie”.
Barbara mostra di aver maturato negli anni, una rabbia repressa causata dal non essersi ribellata al marito e di non far parte della società. Esce dall’apparente “sogno” incantato e riprende in mano la sua vita sino ad allora vincolata tra le mura di casa che, a poco a poco, viene distrutta e si inclina come i personaggi e il loro rapporto.
Il pubblico osserva attentamente la deflagrazione dei sentimenti in quello scambio di battute dai toni a volte violenti che mette a nudo l’incomprensione tra i due coniugi ormai protagonisti di una vera guerra familiare e che trova il suo “tragico” finale con la caduta di un lampadario.
“E’ una scena tanto attesa dagli spettatoti – afferma l’attore Cremon – Veniamo schiacciati dal lampadario gigantesco che, in un certo senso, mette fine ad un sentimento comune a tutti noi, uomini e donne: l’amore. Questo è uno spettacolo molto popolare, ha un linguaggio diretto, semplice e il regista Dini è riuscito a raccontare la storia senza denigrare quello che un uomo passa in quel momento, in quell’esperienza. Anche perché, la fine di un amore non è mai bello né per le donne né per gli uomini”.






