questi giorni. La sentenza parla degli otto ”locali” (le cellule di base) e del ”crimine” (il supergruppo adibito alle azioni violente) attivi a Torino e nel circondario: organizzazioni guidate secondo l’accusa dai clan dei Marando, dei Crea, degli Iaria e altri, che pur essendo ”giuridicamente autonomi” dalle case madri calabresi, hanno ”la tipica struttura ‘ndranghetistica”, con i capi, le gerarchie, i gradi (le ”doti”), i riti, l’aiuto ai latitanti, la capacita’ di intimidire e ”assoggettare larghi strati della popolazione”. Il giudice mette nero su bianco i numerosi tentativi delle cosche di condizionare la vita politica locale: di imputati ce n’e’ uno solo, Nevio Coral, all’epoca sindaco di Leini’, ma di episodi ce ne sono tanti. Un piccolo imprenditore, Salvatore Demasi detto ‘Giorgio’, che nelle carte e’ indicato come un presunto boss, viene contattato nel 2011 dal deputato Domenico Luca’ (Pd) perche’ porti voti a Piero Fassino durante le primarie del centrosinistra per la carica di sindaco di Torino: il suo aiuto e’ prezioso, visto che anche un altro candidato (si legge nelle intercettazioni) si sta facendo ”aiutare dai calabresi”. Poi si parla di Claudia Porchietto, assessore regionale (Pdl) al lavoro, che nel 2009 incontra dei personaggi gia’ nel mirino dei carabinieri mentre tenta di diventare Presidente della Provincia. Di un deputato dell’Idv, Gaetano Porcino, di un consigliere regionale del Pd, di sindaci o aspiranti tali di diversi paesini. Tutti i politici risultano all’oscuro, tanto e’ vero che non vengono nemmeno indagati. ”Ma indipendentemente dalla buona fede – commenta il giudice – cio’ non puo’ non allarmare”. La sentenza di Trevisan e’ considerata importante negli ambienti giudiziari torinesi perche’, di fatto, e’ di tenore opposto rispetto a quella di un processo di poco precedente, chiamato ”Albachiara”, sulle cosche del Basso Piemonte, finito con una serie di assoluzioni che avevano irritato non poco la Direzione distrettuale antimafia. E sottolinea che, in linea generale, per arrivare a una condanna non si deve ”pretendere” che la ‘ndrangheta del Piemonte sia esattamente come quella della Calabria: non occorre un ”assoggettamento totalizzante della societa’ civile”, ma e’ ”sufficiente che risulti provata una situazione di asservimento limitata a settori della comunita”’. (ANSA).




