
di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – L’amore e il dovere, il potere e la perdita, il bene e il male, il crollo di tutte le certezze di un’epoca seguito inesorabilmente dallo
sgomento dell’essere umano di fronte all’imperscrutabilità delle leggi dell’universo. “Re Lear” esplora la natura stessa dell’esistenza umana e racconta con la forma della scrittura un mondo in cui le parole contano più dei fatti e, in questa difficoltà di conciliare verbo e anima, nell’impossibilità di far coincidere apparenza e sostanza, si arriva a quell’ira del sovrano che innesca la tragedia. A “CatonaTeatro” ieri sera, un possente Michele Placido mette in scena, assumendosi per la prima volta la responsabilità di lavorare anche sull’adattamento di un’opera, la tragedia shakespeariana che “fotografa” la fine di un’epoca e il conseguente disorientamento che degenera in follia.
Il “Re Lear” è stato scritto tra il 1604 e il 1605, poco dopo l’incoronazione di Giacomo I, e mise al centro della discussione pubblica il tema dell’unità del regno. Proprio questo tema diventa il punto di partenza della trama.
Nel viaggio condotto da Placido, ogni attore ha dato il suo contributo a rendere viva e credibile la lingua del suo personaggio. Il Lear che tutti abbiamo conosciuto in mille salse, sulla scena e sullo schermo, viene qui smontato, depredato di ogni eredità e di ogni precedente, fino a diventare un vecchio re barbone, collerico e trasognato, che una sola fede conserva: la paternità. Il suo dominio, diviso tra le due figlie maggiori, brave nel fingere per lui un’adorazione esagerata, è sconquassato, seminato di ruderi, pezzi d’intonaco, tubi, pittoresche macerie tra le quali spicca una gigantesca corona che potrebbe venire da un carro di carnevale. In questo universo beckettiano, Placido è un Lear in sandali, ammantato di rosso, bellissimo e asciutto nella sua chioma bianca. In un’opera senza tempo che rispecchia la realtà di un mondo troppo spesso arido e crudele, l’attore e regista Placido, sceglie un’impostazione e un taglio recitativo classico facendo emergere i momenti filosofici dal meccanismo drammaturgico. Poesia assoluta è l’epilogo quando Lear si lascia andare sereno su quella sedia, stretto in una camicia di forza, torna l’uomo tra gli uomini, quel “bambino” in pace a “gattonare verso la morte”.
L’uomo nasce piangendo e continua ancora oggi ad avere le stesse nevrosi, a rimanere senza risposte agli stessi interrogativi. Lear nel momento in cui regala la sua corona non sarà più quel che era. Attraverserà una tempesta di sentimenti e ne uscirà, ma ad attenderlo troverà la morte. Un dramma che si svolge intorno all’uso sapiente e strategico della parola. Quella parola di cui oggi, gli esseri umani ne hanno perso l’uso, perché attratti dall’immaterialità consumano i sentimenti, come l’amore, il rispetto, l’onestà, il dolore. La storia di Lear è la storia dell’uomo, di una civiltà che si crede eterna ma che fonda il suo potere su resti di altri poteri, in un continuo girotondo di catastrofi e ricostruzioni, di macerie costruite su altrettante macerie. “Noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste: dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire” – dichiara Edgard sul finire della tragedia. Ma ancora oggi questa consapevolezza non è stata raggiunta dall’uomo nonostante abbia sopportato la violenza, il dolore, la sopraffazione, la follia, la morte.
“Quello di Shakespeare è un testo molto moderno, attuale e rispecchia quello che oggi è l’essere umano – afferma Michele Placido prima di salire sul palco anticipandoci il suo nuovo impegno con il film “Viva l’Italia” in uscita a Novembre dove, insieme ad Alessandro Gassman e Raoul Bova, interpreterà un politico arrogante con tre figli ciascuno simbolo di un male sociale dei nostri tempi – E’ uno spettacolo ben riuscito, abbiamo avuto critiche bellissime e, sinceramente, non ci aspettavamo un successo tale. Continueremo a portare l’opera in tournèe anche in inverno perché è un testo amato molto da un pubblico maturo, dai ragazzi e poi, sul palco, ci sono giovani attori professionisti che sono riusciti a dare ai personaggi una chiave di lettura diversa rispetto alle interpretazioni passate”.








