
di Cristina Marra – “Mia madre è un fiume” (Elliot) di Donatella Di Pietrantonio vince la quinta edizione del premio letterario Tropea. Con 167 voti, il romanzo si è imposto sugli altri due finalisti
“I Traditori” (Einaudi) di Giancarlo De Cataldo (57 voti) e “La nota segreta”(Longanesi) di Marta Morazzoni (51 voti). Mattia Signorini, il vincitore del Tropea 2010 ha consegnato il premio alla emozionatissima autrice che lo ha dedicato ai suoi affetti e alla sua casa editrice. Opera prima della Di Pietrantonio, il romanzo è imperniato sul rapporto madre-figlia, un rapporto turbato ma anche rafforzato dalla malattia. Un male che prende la mente dell’anziana Esperina Viola, “nata il venticinque marzo millenovecentoquarantedue, in una casa al confine tra i due piccoli comuni di Colledara e Tossicia” e le toglie la memoria e l’identità, toccherà, allora alla figlia prendersi cura di lei. “La malattia toglie i ricordi e il senso del passaggio di una persona nel mondo” afferma l’autrice “nel mio romanzo la figlia tenta di restituire a Esperina quel senso di passaggio”. Il loro rapporto è sempre stato freddo, distante, Esperina “lavorava per sua figlia” ma ora di lei è rimasta l’assenza. “Avevo una madre inaccessibile” racconta l’io narrante, che le ha negato gesti d’affetto, amore. “Tutta la vita l’ho cercata, accattona che non sono altro. Ancora la cerco. Non la trovo. La cerco. Madre dolorosa”. Una madre che è un fiume e un albero. Un fiume per la sua bellezza rustica, per la sua lunga chioma di capelli che la sera la contadina Esperia pettinava sotto lo sguardo ammirato della figlia, ed è un albero alto e inaccessibile, difficile da raggiungere e sotto i cui rami volersi sentire protetti. Ma ora che la malattia l’ha colpita, la madre diventa un fiume in secca con tutti i sassi ed i ciottoli che emergono, “un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Restano pochi adesso. Mi occupo della supplenza, sono il suo scriba”e diventa anche un albero secco che non fa più ombra. A questo punto la figlia deve uscire allo scoperto, deve agire, deve prendersi cura della donna dalla quale avrebbe voluto una carezza, un bacio. Il racconto dei giorni trascorsi con la donna malata diventano passato e presente, ricordi che scorrono. Un altro fiume accostato alla figura materna, alla sua mente che lascia fluire ricordi ripetitivi, che si svuota fino a giungere al mare mentre la figlia cerca di arginarli o di rinnovarli. Tanti i momenti d’infanzia trascorsi in una terra d’Abruzzo contadina e sana, dura e dolce, tante i rimpianti, tante le parole non dette. L’autrice fa compiere alla storia giusto un percorso “fluviale”, a tratti lento in cui le descrizioni fanno cedere all’emozione, a tratti rapido, veloce che lascia scorrere senza argini le esistenze dei diversi personaggi.




