Le nuove generazioni in generale e gli studenti in particolare, negli ultimi vent’anni hanno sistematicamente espresso un forte senso di disaggio e di preoccupazione per il loro futuro,
fino a giungere alla fase attuale nella quale il futuro non solo non è percepibile, ma nemmeno immaginabile.
Negli ultimi anni gli studenti si sono resi protagonisti di lotte che hanno avuto, tra i molti difetti, il pregio di aver contribuito a colmare il vuoto politico, ereditato dalle grandi organizzazioni del recente passato. Siamo ora nella condizione di guardare al passato con nostalgia, pur non avendovi preso parte, presente con preoccupazione e al futuro con l’apatia propria di chi il futuro non riesce a definirlo.
L’attiva partecipazione degli studenti alle lotte dei lavoratori non si è limitata alla sola solidarietà, ma ha avuto un preciso scopo: evitare che la demolizione dei diritti sul posto di lavoro oggi possa precludere ulteriormente l’accesso ad un futuro lavorativo certo.
Oggi, ravvisiamo un’assenza preoccupante di quelli che sono stati, nel bene e nel male, i punti di riferimento della politica reale, che hanno determinato le conquiste sociali del secolo scorso, ossia partiti e sindacati.
Tutto questo non ci ha scoraggiati, anzi ha spinto la nostra generazione ad auto-organizzarsi, a costruire dei propri percorsi politici e a recuperare spazi di agibilità reale, nei territori, nelle scuole e nelle università.
La rabbia dettata da una prospettiva di totale precarietà, sociale e lavorativa, ci ha fornito gli strumenti per un’analisi critica sulla fase che stiamo attraversando, per non esserne semplici spettatori, ma per cercare di determinarla. Ed è in quest’ottica che abbiamo partecipato a costruire la data del 16 ottobre, che avrebbe dovuto evolvere in una mobilitazione generale e generalizzata, in tempi ragionevoli e strategicamente utile per dare una significativa “spallata” alla leadership governativa, formata non solo dalla componente politica ma soprattutto degli interessi industriali. Si è preferito tergiversare senza alcuna motivazione apparente, cercando di raffreddare le piazze, quelle stesse piazze che il 14 dicembre si sono accese per portare avanti quello che era iniziato due mesi prima.
Abbiamo chiesto una mobilitazione generale su scala nazionale, ci è stata offerta una polverizzazione di date e proteste. Oggi siamo ancora qui, per portare il nostro contributo critico ad una data, che avrebbe dovuto essere un vero e proprio spartiacque nel ristabilire il senso reale della democrazia, ossia la partecipazione attiva della gente nella determinazione degli assetti sociali ed economici del paese.
Noi quindi non ci rivolgiamo direttamente alla piazza, che sappiamo essere ricca di compagne e compagni con cui quotidianamente ci confrontiamo e lavoriamo, ma a chi ha tra le mani la possibilità di prendere quelle decisioni che creano la differenza tra, una solida opposizione sociale alle derive autoritarie e l’immobilismo che finisce con l’assecondarle.
Non attendiamo quindi una eventuale nuova convocazione dall’alto, ma cerchiamo, dal basso di costruire un percorso che scavalchi il mero solidarismo di piazza e la parcellizzazione nella quale il neo liberismo ha atomizzato la società.
Per quel che ci riguarda questa non è l’ennesima data isolata, ma la tappa di un percorso aperto, collettivo e determinato al recupero del valore dell’identità di classe.
QUESTO NON E’ IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI, LAVORIAMO PER DETERMINARLO!
Collettivo UniRC – Ateneinrivolta




