
di Claudio Cordova – Dodici persone in manette, nove colpite dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip di Reggio Calabria, Roberto Carrelli Palombi e tre fermate
con provvedimento emesso dalla Dda di Reggio Calabria (dal Procuratore Pignatone e dai sostituti Lombardo, Colamonici e Ronchi). Sono tutti soggetti ritenuti affiliati alla cosca Lo Giudice: sarebbero, con più precisione, le nuove leve di un clan molto numeroso e, quindi, capace di rigenerarsi nel tempo.
Una retata, quella eseguita dalla Squadra Mobile diretta da Renato Cortese, che nasce da anni d’indagine (riguardanti anche la posizione di Luciano Lo Giudice, arrestato nell’ottobre 2009) e che si incastra con le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Nino e Maurizio Lo Giudice, Consolato Villani, Roberto Moio e Paolo Iannò. Tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, rapina, intestazione fittizia di beni, armi, anche da guerra, ed esplosivi.
Tra le persone in manette finisce anche una donna di nazionalità rumena, Madalina Turcanu accusata di concorso esterno in associazione mafiosa: avrebbe assicurato, tramite il trasporto di messaggi e “pizzini”, i contatti e gli scambi di informazione tra i detenuti Luciano e Nino Lo Giudice, con i parenti in stato di libertà. La donna è stata arrestata a Barcellona, in Spagna, grazie a una proficua collaborazione tra investigatori italiani e Interpol, che ha dato esecuzione al mandato di cattura internazionale emesso dal Gip di Reggio Calabria.
L’indagine avrebbe anche accertato l’ingente quantità di armi nella disponibilità della famiglia Lo Giudice: armi rinvenute presso l’armeria “Top gun”, già sequestrata a Consolato Romolo, e presso l’armeria “Caminiti”. Ruolo assai importante, inoltre, sarebbe stato rivestito, peraltro, da Giuseppe Reliquato e Bruno Stilo, entrambi cognati di Nino Lo Giudice, rispettivamente con il grado di Vangelo e Santista. Sarebbero loro i due soggetti a cui Lo Giudice chiede consiglio allorquando la cosca Fontana-Saraceno, nella persona del capocosca Giovanni Fontana, avrebbe chiesto di dare una “lezione” al direttore della Leonia, Bruno De Caria, senza, però, ottenere collaborazione da parte di Lo Giudice.
Le nuove leve, inoltre, sarebbero cresciute molto in fretta. Fortunato Pennestrì, nipote di Nino Lo Giudice, sebbene ancora semplice “sgarrista”, sarebbe riuscito a conservare il predominio della propria attività commerciale, una ditta di imballaggio, estromettendo un noto esponente della cosca Rosmini, in una zona ad alta incidenza di tale cosca.
Da ultimo, viene ancora confermata la grande capacità imprenditoriale della famiglia Lo Giudice. Tra i soggetti colpiti dall’ordinanza c’è, ancora una volta, Luciano Lo Giudice, considerato dagli inquirenti l’anima imprenditoriale della cosca, priva di un territorio (avendo rinunciato al “locale” di Santa Caterina), ma assai attenta a curare affari e rapporti istituzionali (come emerso dall’indagine della Procura di Catanzaro). Nel corso dell’indagine, infatti, sono state sequestrati due appartamenti (ubicati in via Polistena e via Cafari) e due attività commerciali: si tratta dell’azienda “Smile”, attiva nel settore gastronomico, e la “Norfish”, operante nel settore ittico.
I nomi degli arrestati:
Cortese Paolo Sesto
Pennestrì Salvatore
Cortese Pasquale
Stilo Bruno (provvedimento di fermo)
Cortese Antonio
Turcanu Madalina
Reliquato Giuseppe (provvedimento di fermo)
Lo Giudice Giuseppe
Mogavero Vincenza
Pennestrì Fortunato (provvedimento di fermo)
Perricone Giuseppe
Lo Giudice Luciano




