
di Claudio Cordova – Quando c’è di mezzo la cosca Tegano la folta rappresentanza di amici, parenti e adepti, posizionati fuori dalla Questura, dà sempre il meglio di sé.
Era accaduto il 26 aprile 2010, allorquando, all’uscita del boss Giovanni Tegano, arrestato dopo anni di latitanza, la folla si era agitata e qualcuno aveva gridato “uomo di pace”, accade oggi, allorquando, la cosiddetta “pupiata” (termine mutuato dal palermitano) scatena urla e reazioni isteriche da parte di alcune persone, donne soprattutto, che tentano di abbracciare i propri congiunti ai ferri e inveiscono contro i giornalisti.
L’operazione “Archi”, condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, diretta da Renato Cortese, e dal Servizio Centrale Operativo di Roma, riguarda, però, fatti ben più seri. Dalle indagini, realizzate dai sostituti procuratori della Dda Giuseppe Lombardo, Beatrice Ronchi e Marco Colamonici, emerge, infatti, uno spaccato completo su quelle che sono alleanze e gerarchie in città. E’ una legge non scritta, ma, di fatto, su Reggio, comanda il rione Archi, periferia nord della città, feudo delle tre famiglie più potenti della città: De Stefano, Condello, Tegano.
Ed è, in particolare, quest’ultima famiglia a finire sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti: sono in tutto 26 i decreti di fermo emessi dalla Dda di Reggio Calabria sulla base delle investigazioni svolte per verificare le dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia, da ultimi Roberto Moio, Consolato Villani e Antonino Lo Giudice. L’indagine parte dagli accordi stipulati al termine della guerra di mafia, allorquando, nel 1991, dopo sei anni di morti ammazzati per le strade, i vertici delle cosche De Stefano e Condello, contrapposte nella mattanza, si incontrano a Sinopoli, regno della cosca Alvaro che fa da garante.
A Reggio, dunque, comanda Archi: Giovanni Tegano, Pasquale Condello e Peppe De Stefano sono, di fatto, i padroni della città. Una ‘ndrangheta unitaria, non solo in provincia, dunque, ma anche in città, dove tutte le altre cosche, sebbene assai temibili e potenti, devono sottostare allo strapotere degli “arcoti”.
Tra i soggetti destinatari del provvedimento di fermo vi sono elementi di spicco della cosca Tegano. Giorgio Benestare, detto Franco, in particolare, è stato individuato come reggente della famiglia, dopo la scomparsa di Paolo Schimizzi e l’arresto del mammasantissima Giovanni Tegano. Benestare, peraltro, è legato a rapporti di parentela sia con la cosca Tegano, essendo il nipote di Giovanni Tegano, sia con la cosca De Stefano, essendo cognato di Orazio De Stefano, che ha sposato la sorella Antonietta Benestare. Arrestati anche i fratelli di Giovanni Tegano, Giuseppe e Bruno, quest’ultimo avrebbe ricoperto il ruolo di cassiere della famiglia.
E poi soggetti già ampiamente noti alle inchieste giudiziarie, come Alberto Rito, Michele Franco e Mario Gennaro (quest’ultimo irreperibile). Destinatari del provvedimento di fermo anche due esponenti della cosca Labate: Pietro (irreperibile) e Francesco Salvatore: avrebbero allargato i loro interessi sulla ditta “New labor”, centrale nell’inchiesta “Agathos”, con riferimento agli appalti, aggiudicati dalla ‘ndrangheta, riguardanti la pulizia dei treni all’interno della stazione di Reggio Calabria. Da ultimo, finisce nell’inchiesta anche Giuseppe Rechichi, direttore operativo e socio privato della società mista Multiservizi S.p.A: sarebbe un soggetto particolarmente legato a Carmelo Barbaro. Un coinvolgimento che darebbe credito ad alcune dichiarazioni dei pentiti, che indicano le società miste del Comune di Reggio Calabria direttamente gestite dalle cosche. Tra i soggetti latitanti spicca la figura di Luigi Molinetti, uno dei killer più sanguinari della ‘ndrangheta, che ha sulla coscienza decine di omicidi.
Se l’inchiesta “Crimine”, con oltre 300 arresti, aveva messo sul tavolo le gerarchie e gli assetti della ‘ndrangheta reggina, anche con le ramificazioni al nord e all’estero, l’inchiesta “Archi”, dunque, aggiunge ulteriori dati a ciò che l’inchiesta “Meta” ha scoperchiato: le intimidazioni subite da personaggi assai in vista, come quelle dell’ex sindaco Italo Falcomatà, ma anche dell’imprenditore Gianni Foti (fratello del presidente della Reggina), nonché l’infiltrazione in alcuni lavori, tra cui quelli riguardanti il teatro Cilea.
Sebbene non sia riconosciuta ufficialmente, su Reggio Calabria incombe una cupola mafiosa gestita da tre famiglie. Su Reggio Calabria comanda Archi.
I fermati: Aricò Rosario, Benestare Angelo, Benestare Giorgio detto Franco, Caccamo Giovanni detto “Giò Giò”,
Candido Silvio Giuseppe, Firriolo Emilio detto “Peppe”, Franco Michele, Labate Francesco Salvatore detto “Franco”,
Lavilla Antonio, Lavilla Giuseppe, Polimeni Alfredo, Polimeni Antonio detto “u troiu”,
Polimeni Francesco detto “Franco”, Polimeni Paolo detto “Lucifero”, Rechichi Giuseppe Rocco Giovanni, Riedo Gioacchino, Rito Alberto, Tegano Bruno, Tegano Giuseppe, Utano Pasquale detto “Pascali u Barberi”, Vazzana Carmelo
Gli irreperibili: Franco Roberto, Labate Pietro, Molinetti Luigi detto Gino, Zappia Vincenzino, Gennaro Mario





