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Pentidattilo, fascino e leggenda calabrese

21 Aprile 2011
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 2 minuti
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pentidattilo

di Anna Foti – Paese fantasma, antico borgo, oggi abbandonato, Pentidattilo ancora si erge in tutto il suo fascino, dominando il mar Ionio a 250 metri sul livello del mare. Ma il suo fascino si

deve anche ad una secolare leggenda.
E’ rossa la roccia che compone le cinque dita del suggestivo borgo di Pentidattilo, frazione del comune di Melito Porto Salvo, nella provincia reggina, la cui etimologia greca completa l’affascinante immagine che il borgo, ancora oggi, offre al mare Ionio. Colonia calcidese, nel periodo greco romano fu un fiorente centro economico, promontorio sfruttato dal punto di vista militare per la posizione di strategico dominio della fiumara di Sant’Elia. Comune aspro montano autonomo fino al 1811, di cui Italo Calvino scrisse: “Il suo passato è scritto nelle vie, in ogni segmento rigato a sua volta da graffi, seghettature, intagli.” E’ in quelle vie rocciose, aspre ma cariche di emozioni e storia vissuta e tramandata, riecheggiano ancora, la leggenda narra, le urla strazianti di Lorenzo tra le gole della montagna nelle fredde notti di inverno, e scorre il sangue versato dalla mano del barone Abenavoli, cui si deve anche la denominazione del borgo ‘Mano del Diavolo’. Pentidattilo è stato infatti teatro del terribile misfatto noto come ‘la Strage degli Alberti’, una cruenta notte, quella del 16 aprile 1686. Il nobile Bernardino Abenavoli di Montebello, innamorato della Marchesina Antonietta Alberti, sorella di Lorenzo signore di Pentidattilo e successore del marchese Domenico, appreso infatti del fidanzamento di costei col figlio del Viceré di Spagna, diviene furioso al punto da organizzare una spedizione punitiva. Un attacco che si avvale della corruzione del servitore Giuseppe Scrufari. Si consuma una vera e propria strage con uccisioni brutali: Lorenzo pugnalato, il fratellino di 9 anni sbattuto contro le rocce e altre 16 persone assassinate. Ciò consentì a Bernardino di rapire Antonietta per sposarla tre giorni dopo, ritrovandosi poi a dover fuggire prima a Malta e poi a Vienna e morire in combattimento nelle milizie austriache. Il Viceré Cortez, infatti, informato dell’accaduto, inviò una vera e propria spedizione militare che sbarcata in Calabria, attaccò il Castello degli Abenavoli, liberando il figlio del Viceré e catturando sette degli esecutori della strage compreso il servitore traditore Scrufari, decapitandoli. Le loro teste furono appese ai merli del castello di Pentedattilo e quel matrimonio tra Bernardino e Antonietta annullato perché contratto con violenza. Sono comunque frammentarie le fonti sulla storia di quel frangente e abbondano le versioni, il che rende arduo accreditare l’una o l’altra, attribuendo un adeguato margine di veridicità. A titolo esemplificativo citiamo la prosa dello Spanò-Bolani e del Mandalari che nella descrizione dei fatti accentano più le passioni ed i sentimenti dei personaggi che gli intrecci ed ai risvolti politici e sociali degli avvenimenti. Non mancano, inoltre, crogiuoli di ipotesi neanche suffragate da supporti documentali ma tessute in ragione di quell’alone di mistero e di leggenda che ancora avvolge questa pagina sanguinaria della storia di Pentidattilo che tuttavia, rimane incontaminato nel suo fascino e nella sua bellezza paesaggistica, naturalistica, fortemente e implacabilmente evocativa.

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