di due dei Corsi di Laurea che “hanno fatto la storia”, oltre che l’identità, della “Mediterranea”, cioè i Corsi di Laurea in “Urbanistica” ed in “Storia e Conservazione”, continua il dibattito sulla formazione dell’Urbanista, ospitato da tempo nella Rubrica “Nuova Urbanistica Mediterranea” di Strill.it. Poiché la sconsiderata, e dubbia, decisione di non attivare il primo anno del Corso di Laurea in “Urbanistica” è ascrivibile in parte ad artificiose incomprensioni che serpeggiano tra architetti ed urbanisti, segnaliamo come pienamente pertinente, oltre che tempestivo, l’alto contributo fornito con questo articolo di Fernando Miglietta.
(Enrico Costa, Presidente del Cdl in “Urbanistica”)
Cosa sarebbe mai l’Architettura senza l’Urbanistica?
Un am/masso di c/a/os-e. Il non-senso della spazialità correlata, della interfaccia creativa, della contaminazione dei segni. Un corpo senza anima.
E l’Urbanistica senza l’Architettura?
Un de-serto. Un vuoto di memoria creativa, una inquietante prospettiva del nulla. L’anima delirante del buio.
Nella storia, quando il corpo dell’architettura ha incontrato l’anima dell’urbanistica, è nata la luce della città, la città/opera d’arte, la città per eccellenza, ricca di eventi e narrazioni. E storia e memoria, arte e architettura, hanno alimentato nel divenire delle mutazioni una continuità urbana strettamente correlata al territorio, al paesaggio. Una struttura fisica che via via è divenuta immagine emblematica di una cultura, forma di/segnata dalla ragione dell’artificio creativo di tante comunità. È nata così la geografia del mondo, l’immagine dell’universo. Il pensiero teorico, creativo, finalmente si è trasformato in bellezza plurale.
Oggi, quello tra architettura e urbanistica, tra architetti e urbanisti, è rapporto indifferente quando non conflittuale, segnato da un profondo malessere e da una radicalità intensa che affonda le proprie radici e inconsulte motivazioni nella pretesa demiurgica (da parte ora degli architetti ora degli urbanisti) di poter pensare architettura e urbanistica autonome o addirittura contro . E così è stato, per molti decenni, ed è, lo stato dell’arte della città contemporanea, incapace di riannodare storicamente una comunicazione diretta tra architettura e urbanistica, tra progetto dell’architettura e progetto della città.
Al contrario, in questi anni si sono imposti profili tecnici e culturali che si sono limitati a delineare la condizione perversa e inquietante di un habitat senza futuro. La parola progetto si è svuotata di ogni significato e la città ha perduto ogni rapporto con la storia, con la sua natura, piegata ad una logica di mercato che ha cancellato con la sua dimensione macro-quantitativa ogni processo identitario. Una trasfigurazione che ha sconvolto città, campagna, il paesaggio nella sua totalità, una “vulgata” edificatoria senza precedenti nella storia dell’uomo che ha comportato la negazione stessa del concetto di città nella sua accezione valoriale.
Dunque, come ricominciare? Con quali strumenti attivare processi alternativi al delirante scenario urbano? Come ridare segno e disegno, immagine e identità, ad una realtà urbana in declino inesorabile?
La sfida progettuale, che è davanti a noi, rilancia con forza la proposizione culturale, tecnica e politica di una nuova strategia per una rivoluzione totale di messa in discussione di vecchie metodologie, incapaci di invertire una tendenza inquietante dello sviluppo urbano. Rimuovere, dunque, il blasfemo modello di città, oggi preminente, dovrà essere obiettivo primario di tutte le forze culturali, tecniche e politiche che devono contribuire a una diversa idea di habitat che risponda finalmente agli orizzonti umani e spirituali di un’umanità profondamente mutata in questo nuovo secolo.
E le facoltà di architettura, di urbanistica, come possono contribuire al vuoto di iniziativa politica, tecnica e culturale del Paese? Su quali premesse, allora, ricostruire una cultura della città e del territorio che sappia riannodare saperi, tradizionalmente lontani, e nuove specificità? Come attivare un processo di autocritica e di nuova formulazione dei percorsi di studio e di ricerca, rilanciando in primo luogo il ruolo del progetto urbano nel disegno della città contemporanea?
Anzitutto, dalla consapevolezza che l’Architettura e l’Urbanistica sono obbligate a dialogare, per l’essenza stessa della loro natura e per la pluralità delle componenti e radici storiche.
L’Architettura, infatti, come l’Urbanistica guarda dentro e fuori se stessa, relaziona il suo corpo all’anima spaziale del contesto dei luoghi, intercettandone relazioni intime e segrete. L’Architettura e l’Urbanistica, sono la forma plurale della bellezza, la scansione creativa della dissonanza spaziale della natura. Sono la forma del pensiero, “le forme di una cultura”.
Molte volte ci siamo guardati attorno e forse non abbiamo compreso a pieno il non-senso del nostro “artificio incolto”. Riscopriamo, allora, la storia e cultura dei popoli, dei loro segni&sogni, attraverso l’Architettura e l’Urbanistica, giacché in esse, quando sono tali, è strutturante l’idea di una “natura colta”.
*Fernando Miglietta, Architetto, Direttore della Rivista Abitacolo forme e linguaggi del contemporaneo, è per chiara fama professore a contratto presso il Corso di Laurea in “Urbanistica” dell’Università “Mediterranea”.




