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Pennisi: "Serve sognare, ma anche la fiducia"

31 Agosto 2010
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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lungomare11
di Roberto Pennisi – Caro Direttore, l’amore per la cultura classica mi induce, fors’anche irrazionalmente, a pensare che solo per volere delle Moire l’articolo relativo alla conversazione col Sindaco Licandro (lo chiamo

ancora così perché da Primo Cittadino di Reggio Calabria si comportò dinnanzi alla Giustizia) sia comparso su Strill proprio in questo periodo in cui le cronache si occupano del grave attentato compiuto dalla mafia calabrese ai danni del Primo Magistrato requirente della Città e del Distretto.

Ma non è di quest’ultimo argomento che intendo parlare. Tanti, e a tutti i livelli, chi dicendo grandi verità e chi grandi sciocchezze, ne hanno parlato.

Ora, sul punto, tocca parlare a chi compete, con le indagini ed i provvedimenti secondo legge.

Solo dopo anche questo delitto diventerà storia.

E se ne potrà e dovrà parlare, con piena cognizione di causa.

Storia, invece, è ormai il periodo della vita della Città in cui si inserì la vicenda di Agatino Licandro.

E correttamente nell’articolo si parla della esistenza di un sistema di potere, un perverso intreccio di politica, affari, istituzioni deviate e mafia, svelato grazie al “salto della barricata improvviso” compiuto dal Sindaco semplicemente perché, e solo dopo che, aveva guardato negli occhi chi gli aveva mosso, a torto o ragione, una accusa per un reato, in fondo, di non grande rilievo, che gli costava un arresto.

Quello che avvenne dopo fu una vera e propria rivoluzione, che andò ben al di là della relativa vicenda giudiziaria.

Molto al di là.

Ed i suoi effetti si videro, oltre che nel campo politico-amministrativo di cui si parla nell’articolo, anche nella attività giudiziaria del Distretto nel campo della lotta alla criminalità organizzata mafiosa.

Perché?

Semplicemente perché si era incisa l’arteria che irrora di linfa vitale la mafia, la cui essenza, la cui natura stessa riposa su quei rapporti con l’altro da sé che la fanno essere tale, mafia, appunto. E che diventano addirittura in molti casi immedesimazione nella versione calabrese di tale orrenda entità, che chiamiamo ‘ndrangheta.

Da allora, forse questo sfugge ai più ed allo stesso Sindaco Licandro, i sequestri di persona a scopo di estorsione, che prima si risolvevano con ineffabili trattative che portavano alla liberazione degli ostaggi previa corresponsione di cospicue somme di denaro di dubbia provenienza e senza l’arresto di alcuno, videro le povere vittime liberate per effetto delle indagini ed i sequestratori individuati, arrestati e severamente puniti.

Da allora fu un fiorire, sia sulle sponde del Jonio, che su quelle del Tirreno (i due prediletti figli del Nostro Mare), che su quelle dello Stretto, di indagini serie, complesse, dai risultati sorprendenti ottenuti grazie all’impegno delle poche risorse umane di cui si disponeva, sia a livello di magistratura inquirente e giudicante che di polizia giudiziaria, e nella quasi assoluta assenza di risorse materiali, soprattutto tecniche.

Indagini che colpivano più che duramente le ‘ndrine nelle loro strutture e nei loro affari, e non esitavano a mirare alla individuazione del perverso intreccio di cui si diceva prima. Con alterne vicende, ma sempre affrontate con onore. E nella consapevolezza che il male che affligge queste terre, e si estende ad altre, l’apparato repressivo dello Stato da solo non può eliminarlo, ma deve, continuamente deve, strenuamente deve, inesorabilmente deve contrastarlo, ergendo una barriera d’acciaio, sorretta da mani di diamante, a tutela dei cittadini e, in queste terre, della sopravvivenza stessa della Repubblica, e della sua Costituzione.

Cosa dicevano gli occhi del Sindaco Licandro che si incontravano con lo sguardo del suo inquisitore, del suo “Torquemada”, in quella abitazione reggina che di lì a poco non sarebbe stata più la sua?

“Mi fido”!

Questa è la Storia!

La leggano e la rispettino tutti, perché, senza di essa, un popolo non può avere un presente, e non potrà mai avere un futuro.

E’ più che mai giusto dire che “serve qualcuno che sogni”.

Ma è anche indispensabile dire che serve qualcuno che sappia meritarsi la fiducia. E qualcun altro  che ve la riponga, senza per questo essere considerato un diverso.

E chissà se le bombe non scoppiano proprio per questo!

 

 

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