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Operazione ”Leone”: così ‘ndrine, sindacalisti e dipendenti pubblici sfruttavano l’immigrazione clandestina

3 Febbraio 2010
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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operazioneleone

di Claudio Cordova – Si arrivava fino a 18mila euro per ogni immigrato. Era questo il costo che comprendeva l’acquisizione dei nulla osta lavorativi, il pagamento degli imprenditori compiacenti, il biglietto

 aereo per giungere in Italia e la sistemazione sul territorio.

Sono serviti circa due anni di indagine alla Polizia di Stato per disarticolare un’organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dall’India e dal Pakistan in Europa: tutto, come spesso accade in Calabria, con il coinvolgimento delle cosche.

In questo caso i Cordì di Locri e gli Iamonte di Melito Porto Salvo.

Dopo i fatti di Rosarno, nei quali più volte si è paventata l’ingerenza della ‘ndrangheta, ritorna il connubio tra cosche e immigrazione.

L’operazione “Leone” (dal nome, in indiano, di uno degli indagati) viene eseguita dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, con la partecipazione del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e il coordinamento della Dda reggina, vede coinvolte 67 persone, tra italiani e stranieri. Delle 67 ordinanze di custodia cautelare disposte dal Gip di Reggio Calabria, Gianluca Sarandrea, la Polizia è riuscita e eseguirne 56 (30 italiani e 26 indiani): sono quindi 11 gli irreperibili (2 italiani e 9 indiani).

L’operazione, che coinvolge anche altre città quali Milano, Brescia, Cremona, Macerata, Siena, Piacenza e Potenza, trae la propria origine dall’inchiesta “Ramo Spezzato”, che riguarda proprio la cosca Iamonte di Melito Porto Salvo: tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare, infatti, c’è anche Antonino Iamonte, nonché Guido Brusaferri, già arrestato nell’ambito dell’inchiesta ‘’Shark’’, ritenuto affiliato ai Cordì di Locri. “La ‘ndrangheta si intromette in questi traffici, guadagnando migliaia di euro”, spiega il Questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona.

Il reato contestato agli indagati è l’associazione a delinquere, finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il meccanismo era, sostanzialmente, il seguente: i cittadini stranieri, dai Paesi di origine, contattavano gli organizzatori, connazionali presenti sul territorio italiano anche da diversi anni, i quali, a fronte di un anticipo dell’ingente somma richiesta, consegnavano la fotocopia dei loro documenti agli imprenditori compiacenti che richiedevano, a favore degli stranieri, il nulla osta per l’avvio al lavoro presso le aziende. In realtà, però, si trattava solo di una copertura: gli immigrati, in quelle aziende, non avrebbero mai lavorato; molti imprenditori, infatti, preparavano anticipatamente anche le lettere di licenziamento, facendole firmare agli stranieri.

Centinaia di immigrati, dunque, giungevano in Italia, ritrovandosi, però, senza un reale impiego lavorativo: “Si tratta di un raffinato meccanismo”, spiega il Procuratore Capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Tra gli arrestati, però, figura anche Valentino Munanga, da anni responsabile dell’Anolf-Cisl (associazione oltre le frontiere), nonché tre impiegati della Direzione Provinciale del Lavoro. Secondo gli investigatori sindacalisti e funzionari curavano le pratiche, intascando un compenso: “E’ un’operazione imponente – spiega il Capo della Squadra Mobile, Renato Cortese – anche per le risorse umane impiegate. Dalle indagini avviate oltre un anno e mezzo fa dal Commissariato di Condofuri esce fuori uno spaccato brutto, anche perché le ‘ndrine introitavano una parte cospicua delle somme”.

Gli investigatori, però, ritengono estranei gli enti coinvolti, derubricando il comportamento illecito messo in atto dai singoli soggetti.

Come detto, una pratica, apparentemente regolare, poteva avere un costo di circa 18mila euro. Secondo le stime effettuate dagli inquirenti sono 480 gli immigrati entrati nel territorio italiano, per un volume d’affari di oltre 6 milioni di euro. E tutto, tramite il cosiddetto sistema “hawalla”, senza che fosse possibile effettuare una tracciabilità del denaro: “Si tratta – spiega la dottoressa Angela Rogges della Squadra Mobile di Reggio Calabria – di un sistema di circuiti bancari, nel quale il referente italiano comunicava costantemente con il referente straniero”.

Una rete che, secondo i sostituti Antonio De Bernardo e Marco Colamonaci, che coordinano l’inchiesta, sarebbe partita già nel 2003. Ma i tempi cambiano e anche le attività illecite hanno una propria evoluzione: se, un tempo, gli immigrati sbarcavano a bordo di carrette del mare, adesso gli arrivi si concretizzavano presso i grandi aeroporti italiani, quali quelli di Roma e Milano.

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