Non più di venti minuti. La conferenza stampa relativa alla cattura di Giuseppe De Stefano è scarna, asciutta ma ricca di spunti.
Dietro al tavolo della sala conferenze della Questura il dirigente della “catturandi”, Fabio Catalano, il Questore di Reggio, Santi Giuffrè, il
Procuratore Capo, Giuseppe Pignatone ed il Capo della Squadra Mobile, Renato Cortese.
E, naturalmente, è proprio Cortese, il principale spauracchio dei latitanti siciliani e calabresi, a dominare la scena: “Da oltre due anni” – spiega Cortese – “le ricerche di colui che ritieniamo essere il reggente della cosca De Stefano si erano molto intensificate ed oggi sono molto soddisfatto dell’attività dei miei uomini che hanno lavorato per mesi tra speranze e delusioni. Si” – sorride compiaciuto Cortese – “è stato proprio un bel lavoro, abbiamo catturato l’ultimo grande latitante dei De Stefano. Sapevamo che la voglia di riavvicinarsi alla famiglia e, soprattutto, la necessità di governare dinamiche turbolente relative ai rapporti, interni ed esterni, della cosca avrebbe reso necessaria la presenza su territorio del capo, cioè Giuseppe De Stefano. La vicenda relativa alla sparizione di Schimizzi, ad esempio, non è una cosa da sottovalutare. Seguendo moglie e figli ed il sorvegliato speciale Giovanni Tavella è risultata decisiva. Peraltro “- chiarisce il Capo della Squadra Mobile – “si trattava di una zona difficile, il palazzo è piuttosto rientrato e si trova in una zona che è abitata da gente per bene all’oscuro di tutto. Le operazioni di pedinamento non sono state facili. Alle 13.45 abbiamo avuto la certezza che, oltre all’appartamento del quarto piano, dove abita il Tavella con la famiglia, nella disponibilità dello stesso nel medesimo stabile c’è anche un altro al sesto piano. Ci siamo recati e già dalle scale abbiamo sentito le voci dei bambini. Al nostro presentarsi, De Stefano ha aperto la porta parsonalmente e si è arreso subito, dicendo che si trovava in casa sulla famiglia e che non vi erano armi nella sua disponibilità.”




