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    C’è una Viola che vive su facebook!

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    di Giusva Branca – nella foto Mark Campanaro –
    Ce lo hanno spiegato in tutte le salse, anche se, presuntuosamente, noi di strill.it non ne avevamo bisogno: non si può più prescindere dalla rete. Non solo per veicolare notizie,

    informazioni, ma anche – o soprattutto – per capire i pensieri, gli umori, i desideri della gente.
    D’altra parte se Obama è il primo Presidente Usa targato, in qualche modo, facebook, il medesimo social network qualcosa vorrà dire in alcuni suoi dati.
    Su facebook,appunto, in pochi giorni il gruppo “nostalgici della Viola” ha raggiunto quasi 700 iscritti, continuamente in aumento. Anche nomi storici come Santoro, Rifatti, Tolotti, Bullara, Blanchard ne sono coinvolti, per un cuore, quello neroarancio che – incredibilmente – batte ancora.
    Reggio è una città strana, si riscalda a fatica, salvo poi incendiarsi all’improvviso e, soprattutto, vive maledettamente di nostalgie.
    Inutile negarlo, pur nel silenzio generale – e colpevole – un pilastro della storia cittadina (non solo sportiva, anzi prima sociale e poi sportiva) di oltre 30 anni manca a tutti.
    La Viola basket, però, non è stata una squadra; piuttosto è stata un’idea, un modo di vivere, di essere, un sistema per sentirsi comunità quando ogni cosa intorno a noi di Reggio faceva in modo che questo sentimento di comunità venisse disgregato, frantumato, sbriciolato ogni giorno.
    Viola è stato per decenni, per tanti, un modo per poter dire – per una volta non a bassa voce – “sono di Reggio Calabria”.
    Pochino per una comunità che pretenda di dirsi civile?
    Può darsi, ma era l’unica cosa. Facile oggi, per chi non c’era sugli spalti ma non c’era nemmeno per le strade con i morti ammazzati, dire che era solo una squadra di basket.
    No, la Viola non è mai stata una squadra di basket; la Viola ha rappresentato la via di fuga, con i pensieri, quello scoglio al di là della burrasca – interminabile – al quale appigliarsi; la Viola è stata – a detta dello stesso Lillo Foti – l’esempio di conduzione di management sportivo al quale poi si ispirò la giovanissima Reggina Calcio; la Viola è stato lo straordinario testimonial sociologico che “anche a Reggio si poteva”.
    Si poteva sfidare Milano e Bologna, Roma e Treviso, senza paura, uscendone spesso felici e vincenti; e sul piano della convinzione, negli anni, questo ha contribuito non poco a riannodare i fili del corto circuito storico generato dal post-rivolta e dagli anni tragici settanta-ottanta.
    Alla Reggio delle persone per bene e semplici a lungo non è rimasto altro; questa Reggio per decenni ha vissuto di Viola, sette giorni, nei cuori e nelle passioni di migliaia di persone che magari non hanno mai messo piede in uno dei tre campi (Scatolone, Botteghelle e Pentimele, se non è un record anche questo…), ma che restavano incollatie alla radiolina senza nemmeno respirare.
    Per generazioni di giovanissimi reggini che praticavano basket l’ambizione massima era vestire, anche solo per una volta, la canotta delle giovanili nero-arancio.
    A nessuno in città erano ignoti i nomi di Santoro e Bullara, Bianchi e Rossi, Caldwell, Avenia e Tolotti, Porto e Bryant, Laganà e Kupec, Campanaro, Hughes, Sconochini, Ginobili, Rifatti, Garrett, Young, Zorzi e Gebbia, Recalcati, Benvenuti, Lardo.
    E questa Viola – anno dopo anno grazie a personaggi come Viola e Tuccio, De Carlo e Scambia e poi Versace, Silipo, Abenavoli – creò, trainandolo, un intero cosmo di pallacanestro “minore” (che brutto termine per una cosa nobilissima). Una Viola che, per anni, si mantenne in piedi grazie alla passione di gente reggina, umile e capace, laboriosa e passionale.
    Favano, Messineo, Raineri, Morabito, Placanica, Falcomatà sono solo alcuni di questi e la loro attività per la città è meritoria altamente, al pari, in maniera parallela, ad esempio, di quella della famiglia Sant’Ambrogio, Ileano e Enza in testa, Franco, Sergio, Cesare e Carlo subito a seguire.
    Una Viola che produsse anche un’intera generazione di giovani tecnici. Nomi come Iracà, Benedetto, Bianchi, Tripodi, Romeo dicono ancora tanto nel panorama cestistico regionale e non solo (Bianchi e Benedetto, ad esempio, guidano Imola e Latina, in Legadue e A dilettanti)
    La Viola è morta, sul piano tecnico-agonistico.
    La Viola è ben viva nei cuori, perchè i valori non muoiono ed allora, in questo senso, aveva ragione il capitano storico della Viola, Sandro Santoro, capitano di quella Viola che passava da una tempesta all’altra, quando diceva che “qui non si muore mai…”
    Una Viola che, come una maledizione, come un perfido sortilegio, ha legato la sua storia anche a morti incomprensibili che si sono portate via De Carlo e Fulco, Mazzetto e Rappoccio e, da ultimo, Condello. Giocatori, dirigenti e tifosi, tutti tristemente livellati anzitempo.
    La foto ritrae un Mark Campanaro in perfetta forma, a 25 anni esatti dallo storico esordio in A2, dove proprio Campanaro quella Viola ce la portò di peso.
    Non sembri un’eresia: l’anima della Viola, anche lei, è in forma smagliante.
    E se…