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Mediterranea: Snals e Cisapuni aderiscono allo sciopero

10 Novembre 2008
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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In merito al progetto di riordino del sistema universitario italiano, secondo le linee tracciate dalla legge 133, l’Ateneo di Reggio Calabria si è mosso in ritardo ed ha tenuto un atteggiamento ambiguo e di basso profilo, sottovalutando l’altissimo prezzo che dovrà pagare, se le misure previste dovessero essere attuate. Spiace ammetterlo, ma tutto il mondo accademico reggino, invece di reagire con prontezza, per settimane è rimasto a guardare passivamente mentre nel resto d’Italia si levava un generale dissenso. Quello dei Rettori delle maggiori Università che minacciavano dimissioni in massa, dei professori che in aperta polemica tenevano le lezioni nelle strade e nelle piazze, degli studenti impegnati a respingere il tentativo del ministero di liquidare come pretestuose le contestazioni mosse.

Purtroppo, l’Università non è riuscita a dare miglior prova di sé nemmeno nel corso dell’assemblea che si è svolta di recente con il patrocinio del Rettore e la presenza al gran completo delle varie componenti accademiche. L’incontro, voluto più per ragioni conformistiche, nel vano desiderio di riscattarsi dal mobilismo delle passate settimane, non ha saputo sottolineare il tentativo in atto di snaturare il sistema universitario italiano. Gli interventi sono stati piuttosto morbidi e non si sono spinti oltre la critica ovvia verso gli aspetti negativi più immediati della riforma, ossia i tagli alle risorse finanziarie.

Temiamo che la finta retromarcia del governo sulla riforma, anche se ha convinto qualcuno che ne ha apprezzato le rettifiche apportate, sia solo un diversivo per occultare il proposito iniziale. È chiaro che si tratta solo di una trovata propagandistica, per ottenere un preciso obiettivo: smorzare i dissensi e le ostilità di parte del mondo universitario facendo qualche concessione marginale, ma lasciando inalterato l’impianto ideale del piano di riassetto, che prevede la trasformazione delle Università in fondazioni, da Enti pubblici ad Istituti privati. Il governo ha intenzionalmente introdotto qualche parziale correttivo al progetto originario, in tema di turnover e distribuzione delle risorse finanziarie agli atenei, solo allo scopo di attenuare nell’immediato l’impatto negativo, ma non rinunciando ad avviare un processo di trasformazione radicale ed irreversibile del sistema universitario nazionale. Le ricadute sarebbero deleterie soprattutto per quelle Università periferiche o che operano in contesti socio-economici a basso livello di sviluppo com’è il caso della Calabria.

Le fondazioni in quanto organizzazioni non governative, quindi non pubbliche, trovano nelle donazioni di soggetti privati i mezzi necessari per svolgere la loro attività. Inserito in un tessuto economico depresso come quello della nostra regione, è fuor di dubbio che un Istituto di ricerca privato avrebbe ben poche probabilità di ricevere le sovvenzioni e donazioni necessarie per sostenere e finanziarie le attività di ricerca e di formazione che deve garantire al proprio bacino di utenza. Nella migliore delle ipotesi, si arriverebbe, quindi, all’aumento smisurato delle tasse universitarie a carico degli studenti e questo rischierebbe di vanificare una conquista che si dava ormai per acquisita: le pari opportunità di accesso alla formazione universitaria e superiore dei giovani, qualunque sia la loro estrazione sociale. E questo è inaccettabile!

Un altro aspetto preoccupante, su cui spesso si sorvola per farlo passare sotto silenzio, riguarda i rischi occupazionali e le modifiche contrattuali che colpirebbero il personale, soprattutto quello tecnico-amministrativo. Con la conversione del nostro Ateneo in Fondazione, infatti, ai dipendenti sarebbe riservato il trattamento previsto per il settore privato; con il risultato che perderebbero le tutele e le garanzie che l’impiego pubblico riconosce oggi.

Nessuno ha ritenuto giusto consultare i lavoratori; a nessuno sembra interessare quello che hanno da dire su una questione che investe così profondamente la loro vita e quella delle loro famiglie. Secondo un copione ormai consolidato, assistiamo al solito trattamento che mortifica il mondo del lavoro: si decide sulla testa dei lavoratori, imponendo scelte fatte altrove, senza che si possa obiettare per gli effetti negativi che queste soluzioni avrebbero sul piano umano, lavorativo e sociale di ognuno di noi e del nostro territorio.

In un momento cruciale come questo, in cui è in gioco il nostro futuro, non possiamo più restare spettatori passivi! Riprendiamoci un ruolo da protagonisti, non accettando di barattare diritti fondamentali con qualche illusoria concessione dall’alto. Rivendichiamo il diritto ad una formazione universitaria aperta a tutti i nostri giovani, contro un’università privata e sempre più élitaria che innalza, invece di abbattere, le barriere sociali; nonché il diritto a condizioni di lavoro stabili e garantite, contro il dilagare di contratti atipici e lavori precari che una gestione privatistica dell’università inevitabilmente porterebbe.

 

Abbiamo l’occasione di far sentire le nostre ragioni, assicurando la nostra adesione allo sciopero generale indetto per Il 14 novembre e partecipando numerosi alle manifestazioni e ai cortei previsti.

 

 

 

                                               Federazione SNALS Università – CISAPUNI

                                                       Giuseppe Pangallo – Amelia Canale

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