Da tutta la regione Calabria e da molti centri della vicina e devota Sicilia molti nuclei famigliari si sono incamminati in pellegrinaggio verso il mistico e leggendario santuario della Madonna della Montagna di Polsi, sull’Aspromonte. Per antica tradizione, ieri come oggi, tra effetti culturali e cultuali, sono migliaia i fedeli che, per assistere alla solenne festa della Madre dell’Altissimo (che avrà il suo culmine il prossimo due settembre), invadono la valle, pregano, urlano invocazioni, piangono di commozione o di sofferenza, strisciano carponi leccando il pavimento della chiesa, procedono scalzi portando pesi, suonano tamburelli, zampogne, pipite, organetti e chitarre battenti, cantano, ballano sconfinate tarantelle, mangiano e socializzano con chiunque. Su tutto domina l’ascetico rito sacrificale di centinaia di capre, che, almeno fino ad un paio di anni fa (quando un intervento dei carabinieri del Noe ne impedì lo svolgimento per ragioni sanitarie) venivano macellate sul posto e poi cucinate in grandi calderoni su fuochi a legna, insaporite da tutti gli aromi che la montagna offre spontaneamente. “Fra i più vecchi Santuari di questa nostra vecchia Calabria deve annoverarsi quello, che sorge nel cuore delle montagne, il cui gruppo è noto sotto la denominazione di Aspromonte, ove il 2 settembre di ciascun anno si danno convegno i fedeli per venerare la Madonna, Mater Domini, sotto il titolo di Madonna di Polsi, o Popsi, o Madonna della Montagna, o del Bosco. La leggenda che circonda il Santuario, la storia dubbiosa ed incerta della sua fondazione, la fama dei miracoli, il sito pittoresco, perfino la stessa difficoltà di accedervi, concorrono a fare del santuario di Polsi uno di quei monumenti, che sono come il segnacolo della fede e del sentimento religioso di una contrada, e di una popolazione. Dovremmo anzi dire di più contrade, e di più popolazioni, perché per un caso singolare, che sussidia mirabilmente la ricerca faticosa della origine del Santuario, non sono le sole popolazioni calabresi, che vi accorrono numerose e devote, ma anche quelle della finitima Sicilia, che portano alla Madonna della Montagna il contributo di una millenaria devozione, che volgono alla cima dell’Aspromonte gli sguardi desiosi di compiere il lungo viaggio, che permetta loro di adorare la Madre del Signore”. (Hettore Capialbi – “Il Venerabile Santuario di Polsi” Stilo, 1907) Il Santuario della Madonna di Polsi, conosciuto anche come Santuario della Madonna della Montagna o Santuario della Madonna del Divino Pastore, si trova in provincia di Reggio Calabria nella impervia frazione Polsi del comune di San Luca, che a 865m s.l.m. è delimitata dai monti di una vallata nel cuore dell’Aspromonte. Nelle vicinanze dell’edificio religioso sorgono alcuni alloggi di accoglienza per i pellegrini, oltre alle poche abitazioni private ed alcuni punti di ristoro. Il racconto tradizionale della Vergine di Polsi vuole che nel IX secolo alcuni monaci Basiliani scampati miracolosamente ad una delle numerose incursioni saracene, si spinsero nel cuore dell’Aspromonte, ai piedi di Montalto, dove innalzarono una minuscola comunità creando anche una piccola chiesa. A causa dell’estrema scomodità procurata dalla lontananza con i più vicini villaggi, il sito fu però poi trascurato. Nell’XI secolo un pastore oriundo della cittadina di Santa Cristina d’Aspromonte, intento a cercare un toro smarrito scorse l’animale che dissotterrava una croce di ferro, ne seguì un’apparizione della Beata Vergine con il Bambino Gesù in braccio che disse: “Voglio eretta una chiesa… per diffondere le mie grazie sopra tutti i devoti che qui verranno a visitarmi”. Per questo fu quindi costruito un santuario dove all’interno, tutt’oggi, sono conservate la statua della Madonna della Montagna di Polsi, scultura in pietra di notevole bellezza e lucentezza, la Santa Croce e vari oggetti preziosi tra i quali la bara del principino Carafa di Roccella. Corrado Alvaro, il più grande scrittore calabrese dei tempi moderni, è nato a San Luca. Ha concluso la sua interessante monografia “Calabria” [Firenze, 1931] con la descrizione della festa al Santuario di Polsi: la festa più animata della Calabria, che si celebra per tre giorni, all’inizio di Settembre. Scrive l’Alvaro: “Ognuno fa quello che può per fare onore alla Regina della festa: la gente ricca può portare, essendo scampata da un male, un cero grande quanto la persona di chi ha avuto la grazia, o una coppia di buoi, o pecore, o un carico di formaggio, di vino, di olio, di grano; ci sono tanti modi per disobbligarsi con la Vergine delicata, come la chiamano le donne. Uno, denudato il petto e le gambe, si porta addosso una campana di spine che lo copre dalla testa ai piedi, spine lunghe e dure come crescono nel nostro spinoso paese, e che ad ogni passo pungono chi ci sta in mezzo. Una femminella fa un tratto di strada sulle ginocchia; e così le ragazze fanno la strada ballando, e balleranno giorno e notte per le ore che hanno fatto il voto, fino a che si ritrovano buttate in terra o appoggiate al muro, che muovono ancora i piedi. E i cacciatori, poi, che fanno voto di sparare alcuni chili di polvere; in quei giorni non si parla di porto d’armi, e i Carabinieri lo sanno. Gli armati si dispongono nei boschi intorno al Santuario e sparano notte e giorno […]. Si vedono le mille facce delle Calabrie. Le donne intorno dicono le parole più lusinghiere alla Madonna, perché si commuova. […] Sul banco coperto di un lino, le donne buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi. La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo […]. Al terzo giorno di Settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portatile […] tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e non riescono neppure a piangere […]”. Ecco la grandiosa suggestione della festa della “Madonna di Polsi”, il cui trono è davvero su questi monti della Calabria!
Elia Fiorenza




