
di Peppe Caridi – A Messina la mafia non esiste. A Messina è tutto tranquillo, non succede mai niente. Messina è una provincia “babba”, fessa, qui non ci sarebbero neanche le capacità per dar vita a forme organizzate di macro-criminalità. Con quest’alibi i messinesi si sono a lungo nascosti dietro un velo d’omertà e la mafia ne ha approfittato per compiere indisturbata i suoi sporchi giochi al riparo dai riflettori.
Carlo Lucarelli, presentatore della trasmissione televisiva “Blu Notte”, in onda ogni domenica sera su Rai Tre, ha voluto però riproporre in primo piano il “caso Messina”, addentrandosi tra le trame della mafia e del potere nella città peloritana per cercare di sciogliere o comunque di riportare l’attenzione su quello che è un “enigma da decifrare”.
Con il solito stile coinvolgente e preciso, Lucarelli ha ricostruito tre storie che hanno, negli anni novanta, sconvolto la città e la provincia di Messina, tre omicidi mafiosi cui ancora oggi manca giustizia: la 17enne Graziella Campagna, il giornalista Beppe Alfano e il professore Matteo Bottari.
E’ tornato alla ribalta lo scandalo universitario che venne soprannominato “verminaio” dall’attuale presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, allora vice-presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ed è stata puntata l’attenzione sulla mafia barcellonese e sul covo di latitanti che sono i villaggi del Messinese tirrenico.
Inquietanti e drammatiche, le storie di Graziella Campagna, Beppe Alfano (esponente dell’MSI e corrispondente da Barcellona Pozzo di Gotto per “La Sicilia”) e Matteo Bottari (erroneamente chiamato “Giuseppe” da Lucarelli in trasmissione) non sono tre storie slegate tra loro e non sono neanche acqua passata.
Ancora oggi a Messina si muore per mafia, come accaduto al suicida prof. Adolfo Parmaliana la settimana scorsa, e ancora oggi Messina è una provincia ad alta densità mafiosa, una mafia altamente vicina alla “Messina bene”, alla città di imprenditori, amministratori, politici, commercianti e liberi professionisti che ne dovrebbero dettare la crescita.
Una mafia simile a molte altre mafie: a quella di Palermo, a quella di Catania, alla ‘ndrangheta Calabrese o alla camorra Campana, alla sacra corona unita Pugliese o alle mafie del nord e del centro/nord, o a quelle straniere.
Una mafia che per anni ha sfruttato l’etichetta di “provincia babba” per poter compiere le proprie losche magagne di traffici di armi e stupefacenti, di appalti e corruzioni al riparo dalle attenzioni di mass-media, opinione pubblica e forze dell’ordine.
Tutto si può dire di Messina, della sua provincia, di Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto, tranne che siano fesse.
Altro che “babba”.




