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Catanzaro: l’atroce dubbio della sabbia inquinata. Nessuna nuova dall’Arpacal

16 Aprile 2013
in Catanzaro
Tempo di lettura: 3 minuti
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Catanzaro_-_sabbia_inquinata
di Clara Varano – “Come stavamo ieri sarà così domani”, cantavano i Marlene Kuntz e su questa liena pare si stia muovendo l’Arpacal: “Stiamo cercando di ricostruire la vicenda,

il progetto risale al 2005. Valuteremo tutto, ma non daremo notizie ai cittadini. Quando e se potremo farlo, lo faremo”.

Queste le spiegazioni che alcuni dirigenti dell’Arpacal di Catanzaro, danno alla richiesta di chiarimenti sulla vicenda della possibile “Sabbia inquinata”, che tanto allarma la popolazione. La sede Arpacal si trova in un palazzo, sempre nel quartiere Lido di Catanzaro, e ci si rende conto di essere nel posto giusto dai furgoni specializzati in sua dotazione, visto che l’insegna è sbiadita.
Stanno dunque valutando in queste ore il da farsi, dopo che i cittadini sono insorti pretendendo spiegazioni circa la sabbia ammonticchiata la scorsa settimana sulla spiaggia pubblica del quartiere Lido. Eppure già da Venerdì 12 la situazione era chiara: la derivazione di quella sabbia era dubbia. Essendo, però, presumibilmente, così come c’è scritto sul progetto, quella del fondale del porto, molti ritengono, temono che possa essere inquinata.
Questo può, anzi deve, stabilirlo l’Arpacal, che è l’ente preposto esattamente a salvaguardia dell’ambiente. Ma analizziamo nel dettaglio la risposta dei dirigenti. “Stiamo cercando di ricostruire la vicenda”. E, infatti, in una sorta di riunione nella quale si discute sul da farsi si sente la frase “Risale al 2005, ma oggi è tutto azzerato”. La domanda è, ma se l’Arpacal all’epoca si è occupata dei fatti, cosa c’è da ricostruire? Non sarebbe sufficiente prendere il fascicolo corrispondente che dovrebbe contenere, quantomeno, le analisi fatte?
Veniamo al “Non daremo notizie ai cittadini. Quando e se potremo farlo, lo faremo”. In realtà, la Convenzione di Aarhus, che si riferisce proprio a materie ambientali, dice l’esatto contrario: “Per contribuire a tutelare il diritto di ogni persona, nelle generazioni presenti e future, a vivere in un ambiente atto ad assicurare la sua salute e il suo benessere, ciascuna Parte garantisce il diritto di accesso alle informazioni, di partecipazione del pubblico ai processi decisionali e di accesso alla giustizia in materia ambientale in conformità delle disposizioni della presente convenzione”. Le autorità pubbliche, dunque, devono mettere a disposizione della collettività le informazioni ambientali che vengono loro richieste. Perché, quindi, un privato cittadino non può accedere o visionare i documenti sul progetto del ripascimento del porto? Forse l’Arpacal non ne è in possesso, anche se per legge dovrebbe esserlo?
C’è un altro aspetto da considerare al riguardo. Il ruolo di pubblico ufficiale. Secondo il punto di vista di alcuni dipendenti l’Arpacal interviene a supporto dei carabinieri della polizia o della finanza, delle forze dell’ordine in genere, se c’è una denuncia ed un’indagine. Loro portano l’acqua o altro materiale da far analizzare all’Arpacal e poi vengono notiziati sui risultati, ma loro e non il cittadino comune. Il cittadino comune se vuole fare delle analisi paga la somma prevista e la fa. Certamente un’analisi privata deve essere pagata, ma qui parliamo di un allarme per la collettività. In questi casi i dirigenti, i dipendenti Arpacal, non hanno l’obbligo di approfondire? Non ricoprono il ruolo di pubblici ufficiali e in quanto tali obbligati a denunciare all’Autorità giudiziaria un reato di cui hanno avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni?
Se l’Arpacal dormiva fino a ieri, oggi, invece appare sbiadita come la sua insegna.
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