che si è affermato come prevalente nell’ultimo decennio – afferma D’Attorre -. Quel paradigma duale per il quale l’Italia sarebbe divisa in due sistemi tra loro del tutto autonomi con un Nord perfettamente in grado di reggere il confronto con la parte più avanzata dell’Europa, e un Sud che rappresenta il problema, la palla al piede. E’ la tesi su cui si è mossa l’azione di governo per un decennio, rappresentata dal ministro dell’Economia Tremonti, fondata sull’idea che tolto di mezzo il Mezzogiorno il sistema produttivo del Nord sarebbe stato nelle condizioni di sprigionare tutte le sue potenzialità. Questo si è rivelato un punto di vista miope e sbagliato che alla fine ha prodotto danni anche al sistema produttivo settentrionale, soprattutto nel momento in cui tutte le statistiche indicano che è cresciuta la differenza tra il Nord e il Sud e parallelamente si è allargata la forbice tra il Nord e il resto d’Europa. L’indebolimento del Mezzogiorno ha prodotto delle conseguenze molto pesanti anche sull’apparato produttivo settentrionale. Questa idea si è retta anche su uno scambio perverso tra un pezzo della classe dirigente settentrionale, che ha tradito la propria funzione nazionale, e pezzi importanti del ceto dirigente meridionale che hanno rinunciato ad una battaglia politica di fondo, che si sono adagiate in maniera opportunistica ad una certa retorica federalistica e in cambio hanno avuto mano libera nella intermediazione nel residuo di risorse pubbliche nel Mezzogiorno. Il documento rappresenta bene una realtà che è molto diversa da un certa rappresentazione che ci viene offerta: quello di un Sud spendaccione è un mito che non trova riscontro nei dati della distribuzione effettiva della spesa pubblica e soprattutto del suo andamento. La questione meridionale – sostiene ancora D’Attorre – non è soltanto la questione nazionale per eccellenza ma diventa anche un tema cruciale per la sfida costituzionale della nuova Europa che noi dovremo affrontare nella prossima legislatura. Questo è il nodo davanti al quale la classe dirigente italiana si trova. Ogni progetto politico credibile deve partire da questo: dall’idea che le riforme che servono al Paese sono innanzitutto le riforme che fanno bene al Mezzogiorno perché non c’è salvezza dell’Italia se non dentro un processo che rimette in moto sviluppo civile, lo sviluppo economico e lo sviluppo sociale nelle regioni più arretrate. Bersani sarà in Calabria il 18, il suo tour partirà non ha caso da Gioia Tauro. Siamo molto contenti che si terrà qui il primo confronto che la Svimez e le associazioni hanno chiesto ai candidati premier rispetto ai contenuti di questo documento, sulla base della disponibilità data da Bersani,. Sarebbe un fatto significativo, a testimonianza anche di una centralità che Bersani vuole attribuire alla Calabria e a Gioia Tauro in una strategia di rilancio del Mezzogiorno”.




