
È un uomo schietto, non usa mezze misure, né mezze parole nel dire la verità e ciò che pensa, senza temere le conseguenze, il Prefetto di Catanzaro Antonio Reppucci,
che ha raccontato a strill.it la realtà sul territorio catanzarese, fatta di ‘ndrangheta, colletti bianchi, trascuratezza istituzionale e disagi.
Quali sono le maggiori difficoltà del territorio?
Nel catanzarese sappiamo benissimo che ci sono oltre 30 clan malavitosi tra Soverato, Lamezia e Catanzaro. C’è la pressione degli Arena su Botricello e Cropani, quella dei Gallace, Ruga, Novella, sul territorio di Guardavalle che tende verso il reggino, oltre ai 33 nuclei storici nostri disseminati per la provincia. Abbiamo la mappa della criminalità e le forze dell’ordine cercano di far sentire il fiato sul collo a queste persone per cercare di neutralizzarli.
Una criminalità che spesso trova sede anche nella cosiddetta “Zona Grigia”, fatta di insospettabili?
In questa provincia c’è una criminalità arcaica, primitiva che si macchia di omicidi efferati, fatta di fucili, santini e riti di iniziazione. E poi, sì, c’è quella criminalità, secondo me molto più subdola, fatta di borghesi mafiosi, colletti bianchi, la famosa zona grigia, come dice lei. Persone apparentemente irreprensibili che danno una mano alla criminalità a compiere i loro affari.
Tre consiglieri regionali indagati la dicono lunga al riguardo?
Infatti! È sotto gli occhi di tutti: tre consiglieri regionali indiziati per concorso esterno in associazione mafiosa, aggiungiamoci un ex consigliere regionale, vari consiglieri provinciali e comunali, qualche sindaco, insomma è chiara la necessità di fare un salto di qualità. Ci vuole un sussulto di dignità e di orgoglio da parte della società civile.
Cosa aiuta l’avanzata della criminalità?
Innanzitutto bisogna tener conto che la criminalità tende a condizionare la vita economica e democratica, i diritti civili e politici dei cittadini e in questo clima di diffusa illegalità, facilmente gli esponenti dei clan, reclutano ragazzi che diventano manovalanza, come i due giovani di Lamezia, incensurati, insospettabili che per qualche centinaia di euro, sono alla mercé della ‘ndrangheta.
Secondo lei perché?
Perché se non cambiano le condizioni socio economiche ed occupazionali della Calabria sarà sempre più difficile parlare di una vera lotta alla criminalità. Giovanni Falcone diceva che la criminalità organizzata, la mafia, è un fenomeno sociale e come tale ha avuto un inizio e avrà una fine. Monsignor Brigantini diceva “se avanza il bene, arretra il male”, importanti messaggi a livello di slogan, ma i nostri comportamenti dovrebbero essere in linea con ciò che dichiariamo.
La Calabria, Catanzaro, tante chiacchiere e pochi fatti?
È quello che in questi anni ho constatato. Tutti parliamo di legalità, ma poi alla fine non si fa nulla di concreto. Da quando sono qua ho partecipato a numerosi convegni su molti argomenti di varia natura, in ciascuno si faceva un gran parlare, ma ancora, dopo tre anni di Calabria, la situazione è rimasta immutata.
I Catanzaresi, i Calabresi in genere sono propensi a delinquere?
Non è un discorso di calabresi o catanzaresi. Mettere in pratica la legalità è difficile! Prevale sempre la furbizia, la scaltrezza. Ne sono un esempio gli ultimi episodi degli esami acquistati all’università. Ne è un esempio il lavoro nero sommerso, che forse supera il lavoro regolare.
Forse ci vorrebbe una presa di coscienza anche imprenditoriale?
Quando vengono fatte verifiche in aziende ci sono sempre irregolarità. Insomma, ci vuole una svolta che riguardi tutte le categorie produttive. Ci si potrebbe costituire parte civile quando si fanno grosse operazioni come quella di Lamezia. Mi aspetterei di più dalle categorie imprenditoriali, un atteggiamento che allontani i personaggi loschi. Ci sono esempi, in Sicilia, di ordini professionali che si sono associati per escludere quei professionisti che lavorano un po’ nel torbido, nel grigio. La zona grigia è vastissima. È lì che si deve intervenire.
Ancor più, sarebbe necessario che la popolazione si svegliasse?
La gente deve partecipare, non dormire. Ci vuole una presa di coscienza da parte di tutti. Le rivoluzioni per migliorare, si fanno dal basso. Se ci aspettiamo che chi sta in alto lavori per noi, dopo essersi messo al sicuro possiamo restare in attesa a vita, perché chi raggiunge la poltrona, tende ad occuparsi dei propri privilegi e ad accrescere i propri vizi.
Ma quante potenzialità ha Catanzaro?
Catanzaro, come tutta la Calabria, è un territorio turistico, o almeno tale si definisce. Benissimo! Ma poi bisogna, al riguardo è necessario creare tutto un reticolato perché il turista si senta soddisfatto. Quando le persone vengono a villeggiare qui, tranne che in alcuni casi, vede il mare sporco i prezzi altissimi e gonfiati, il rapporto qualità del servizio, prezzo è squilibrato. Entri in un bar e non ti accolgono con un sorriso, non ti dicono grazie, sembra quasi che siano infastiditi dalla tua presenza. È normale che il turista scappi. È tutto approssimativo e superficiale. Le potenzialità diceva? Sono parecchie. Ci sono tante possibilità, tanti cervelli, tanta positività. Non ci dimentichiamo che questa è la terra delle numerose eccellenze intellettuali. C’è il paesaggio c’è l’ambiente, c’è il bello. Cito sempre Monsignor Brigantini, il quale dice che bisogna educare alla bellezza, al vero, al giusto, ad una più equa distribuzione delle risorse, superando la cultura del “denaro, guadagno e profitto”.
Equa distribuzione delle risorse, si riferisce a chi ha meno possibilità degli altri?
Certo! Bisogna stare vicino a chi ha dei disagi. Bisogna adoperarsi per superare le difficoltà di chi soffre. Uno stato che non si preoccupa degli emarginati, è uno stato che perde in etica, in moralità e in sensibilità e non ce lo possiamo permettere perché lo Stato si deve alimentare di legalità, di solidarietà, di partecipazione e di reciprocità!
A Catanzaro c’è l’emergenza zona Sud, cosa si pensa di fare in proposito? Si è parlato di sgomberi degli alloggi occupati abusivamente dai rom …
Cosa pensiamo di fare … si parla di questa emergenza da quando sono qui. Ne ho discusso con Olivo, Traversa ed ora con Abramo. Le soluzioni proposte sono tante. Intanto gli alloggi occupati abusivamente devono essere sgomberati per dare un messaggio forte di legalità. Poi, io sono convinto che per sanare la piaga sociale di cui si parla, sia necessario operare di concerto, tutti insieme riusciremo ad ottenere qualcosa. La repressione delle forze dell’ordine dovrebbe avvenire in subordine.
Non è, dunque, un problema di sicurezza e di ordine pubblico?
Nella zona, è notorio, ci sono dei ritardi vari a livello di iniziative di carattere sociale. È sotto gli occhi di tutti che c’è emarginazione, c’è degrado, c’è malessere, c’è disagio. È necessario che le istituzioni siano più presenti in un quartiere che soffre per mali antichi.
Le istituzioni hanno trascurato il problema?
Sicuramente c’è stata disattenzione da parte delle varie amministrazioni che si sono succedute negli anni, non è un problema di destra o sinistra, è un problema di carattere generale.
Su quali versanti è possibile agire per trovare una soluzione?
Bisogna lavorare con i ragazzi e con le famiglie per far diffondere la cultura della legalità. Senza legalità non si va da nessuna parte. Se non si migliora la qualità della vita e non si va da nessuna parte. Questo è un versante che dobbiamo percorrere. Altro versante è quello di una prevenzione di carattere generale di recupero del quartiere. Il campetto va benissimo, altre iniziative che sono state messe in cantiere van
no benissimo.
La repressione non è utile?
Se la repressione serve la facciamo, come le attività antidroga o gli arresti svolti in passato, perché quando bisogna intervenire energicamente è necessario farlo. Quel che serve è un’attività di prevenzione, arrestarli e basta, facendone solo un problema di sicurezza e di ordine pubblico, non è utile, non si arriva da nessuna parte, perché poi escono e siamo al punto di inizio.
Si parla spesso di emarginazione e xenofobia al riguardo, però è possibile che anche loro non vogliano integrarsi, non si sentano italiani?
Loro devono aiutarci se vogliono essere aiutati. Ho incontrato i “capi” tra virgolette di queste famiglie perché facessero capire alla loro gente che sono italiani, che devono lavorare nella legalità non possono pensare di vivere di sotterfugi sempre. Come tutti gli italiani devono rimboccarsi le maniche e fare lavori dignitosi, anche umili, ma legali, non impiegare i loro figli, molti minorenni, in attività illegali per avere un introito. Ci deve essere un patto tacito. Noi facciamo di più, ma loro devono darci quello che chiediamo. È vero che c’è razzismo nei loro confronti, ma si sono dati da fare parecchio perché questo pregiudizio si radicasse nei cittadini.
Il quartiere noi l’abbiamo visto, è in condizioni completamente inadeguate, quasi di sudiciume in certi casi, magari sarebbe il caso di dare una ripulita?
Esatto! Questo è il primo segnale. Va data una ripulita di carattere generale al quartiere. Siamo stati lì di recente per quel convegno nella parrocchia, di cui bisogna sottolineare l’impegno sociale in un quartiere difficile, ed è pieno di erbacce dappertutto. Questo è già un segno negativo perché ictu oculi ti accorgi che c’è emarginazione! Che ci vuole a tagliare l’erba che è cresciuta in maniera incontrollata? Già quello sarebbe un segno di vicinanza delle istituzioni!
La situazione col tempo, se non si interviene, condurrà a condizioni ancora più gravi, pensa che un’azione che parta dai giovani sia una soluzione?
È la soluzione! Quando si parla di un problema sociale problema, bisogna lavorare di concerto, famiglia istituzioni. La scuola soprattutto. Tutti quei bambini che abitano nei quartieri di cui parliamo diventeranno delinquenti, sono vocati alla delinquenza e se non ci diamo da fare adesso, partendo dall’educazione scolastica, arriverà il giorno, non molto lontano, in cui ci ritroveremo per strada centinaia di delinquenti in più. Per questo bisogna seminare adesso perché poi non sia troppo tardi.




