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Reggio -Garante detenuti in visita nella sezione femminile del carcere “G. Panzera”

8 Marzo 2017
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 2 minuti
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Focus sul Piano Comunale Spiaggia di Villa San Giovanni

Di seguito la nota diffusa dal Garante dei diritti delle persone private della libertà personale nella sezione femminile del carcere “G. Panzera” di Reggio Calabria, in corrispondenza della festività delle donne.

Sono 33.

Le ho incontrate nel carcere “G. Panzera”, nel giorno della festa delle donne. Mi è sembrato giusto oltre che doveroso portare loro un saluto di augurio che viene da “fuori”.

 

Si stanno preparando per una sfilata che hanno organizzato per il pomeriggio all’interno dell’istituto.

 

Speranza per l’esito del processo; lacrime per la distanza di un figlio o del marito; ansia per la condizione di restrizione; paura per il ritorno alla libertà, solo fra qualche settimana, silenzio, si avvertono profondamente.

 

“È difficile tornare nel mondo dopo 15 anni di carcerazione: ho paura; in carcere in tutto questo tempo mi sono sentita protetta, in fondo”.

 

È davvero giovane la ragazza che mi rivolge queste parole, da dietro le sbarre della sua cella. Non so perché sia detenuta, non lo chiedo mai, non mi interessa e non deve interessarmi, come garante. Mi preoccupo piuttosto di rassicurala per il suo ritorno nel “mondo ufficiale”: vedrà che fuori ci sono tante associazioni a cui potrà rivolgersi, le dico, che potranno accompagnarla nel suo percorso di reinserimento nella vita quotidiana. Mi scriva, potrò fornirle qualche indicazione in tal senso. Mi sorride rassicurata. Si appunta subito come fare e poi dice “lo farò”.

 

Auguri a lei e a tutte le donne che vivono la difficile condizione di detenute: giovani, madri, mogli, nonne, straniere, c’è tutto il microcosmo del mondo femminile in soli due piani di una sezione carceraria.

 

Mentre sto per andar via, una donna detenuta “lavorante”, che brutta parola per dire semplicemente che svolge un lavoro all’interno della sezione, ma in carcere anche le parole subiscono una deformazione asfittica, mi indica un suo disegno affisso sul muro che rappresenta una rosa e più in basso delle catene, con in mezzo l’iscrizione: “Una rosa senza spine, una vita senza catene”.

 

E di spine e di catene queste donne detenute recano i segni nella carne.

 

Auguro di vero cuore a tutte loro un futuro diverso, che possano tornare a riscoprire il senso buono della vita, in fondo è sempre il tempo di ricominciare.

 

Auguri!

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