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Pubblicato il nuovo libro di Isabella Freccia “Quell’amore che profumava di giuggiole”

4 Agosto 2016
in CITTA, Cosenza
Tempo di lettura: 3 minuti
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Ricordi che si perdono negli evi lontani fanno da cornice ad un’avvincente storia d’amore tra due giovinetti, sbocciata sotto la coltre protettiva di una rigogliosa pianta. Eppure, non è un libro autobiografico, ma un’opera omnicomprensiva, nella quale trovano ampio spazio e la sconfinata fantasia dell’Autrice, capace di dare voce e volti ai due protagonisti, e i reali riferimenti, già presenti nelle sue precedenti pubblicazioni, alle innumerevoli bellezze che Madre Natura offre a chi è capace di accostarsi ad essa con umiltà, rispetto e attenzione.
“Quell’amore che profumava di giuggiole” è l’ennesima fatica letteraria (la quinta, per l’esattezza) che l’insegnante coriglianese Isabella Freccia ha dato alle stampe in questi giorni. Nei primi tre libri si privilegiavano i racconti in vernacolo locale, nel penultimo testo si dava vita ad un’accorata e a tratti dolorosa lettera aperta alla sorella defunta. Adesso l’Autrice, pur mantenendo fede al suo inconfondibile stile, consegna al lettore un qualcosa di totalmente nuovo. Un romanzo. Ma non un romanzo nel senso classico del termine. È, piuttosto, un addensato di frammenti narrativi che si coagulano, spesso per suggestioni ritmiche, e attraversano la vita immaginaria di una borgata.
Il testo – impreziosito dalla Prefazione del prof. Giuseppe De Rosis, che con efficacia ne traccia le peculiarità e il profondo messaggio educativo – è un viaggio del cuore, un viaggio nel tempo che accarezza la memoria, che l’Autrice effettua senza porre limiti alla creatività e al sogno. Alla stregua del volo di un gabbiano nell’azzurro del cielo, di un tuffo nell’acqua di un delfino, o più semplicemente di un sussulto di emozioni, Isabella Freccia regala al lettore un percorso, irto di difficoltà e dal finale tutt’altro che idilliaco, che i due protagonisti di questa sua opera compiono. Dapprima, da bambini, una sincera e pura amicizia; poi, il mutamento in sentimento d’altro genere, nell’età dell’adolescenza; quindi, nell’ormai consapevolezza del reciproco amore, la sublimazione del rapporto da meramente affettivo a sessuale, regalando scorci di unica delicatezza.
Chi si aspetta una storia da rotocalco, dal sapore post-prandiale, rimarrà deluso. Isabella Freccia traccia, pagina per pagina, aspetti mai remoti della vita, dalle inconcepibili differenze di ceto sociale all’inarrestabile piaga degli abusi sulle donne. Evidenziando, così, l’antica radice, purtroppo difficile da estirpare definitivamente, di mali che solo a primo acchito sembrerebbero tipici della cosiddetta società moderna.
Quella di Isabella Freccia, donna impegnata nel sociale e nella scuola, è una produzione fertile, tanto fertile ma mai effimera, che si snoda nel tempo sempre percorrendo una propria individuale visione della realtà che sprona a capire meglio il valore del rapporto con la tradizione, non disgiungibile dalla geografia esistenziale della scrittrice dalla sua terra vissuta. Quest’ultimo libro è una storia di vita che l’Autrice ha voluto testimoniare alle giovani generazioni perché sappiano e non dimentichino. Un racconto esemplare, ricco di buoni sentimenti e spiritualità, dove il tempo e il passato non assumono un aspetto evanescente ma risonanza di umanità ed esperienza; una sorta di diario ricco di sensazioni.
Solo a leggere il titolo, è utile ribadirlo, “Quell’amore che profumava di giuggiole”, potrebbe sembrare un libro anacronistico e comunque lontano dagli interessi culturali e dalle problematiche sociali della quotidianità. E invece non è così. È, piuttosto, un richiamo costante ai valori, all’amore che non conosce barriere e pur s’imbatte in insormontabili ostacoli e avversità, ambientato in scorci di mirabile visione, dalle stradine agli antichi ruderi, sui quali privilegia sempre e comunque la silenziosa presenza di un albero di giuggiole che vede consumare, sotto la sua frescura, gioie e dolori. Un romanzo scaturito dalla volontà di apportare, pur senza pretese salvifiche, un contributo alla riscossa dell’odierna anchilosata società.

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