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Tabularasa: anima inquieta del popolo italiano e il coraggio di non essere ‘invisibile’

12 Luglio 2016
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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Tabularasa: anima inquieta del popolo italiano e il coraggio di non essere ‘invisibile’

Storie di un vissuto narrato tra le pagine di libri che non solo raccontano, ma insegnano. Dopo la presentazione del nuovo album dell’artista reggino Easy One “Stessa pelle”, si sono alternati sul palco di Tabularasa, Diego Cugia, l’indimenticabile Jack Folla, e Giulio Cavalli. Per due ore l’Arena dello Stretto di Reggio Calabria è diventata scenario di narrazione e di percorsi di vita.

“Un’anima” è il titolo del libro di Diego Cugia, auto prodotto. Un diario che contiene racconti, aneddoti, aforismi, “così intimo – ha spiegato l’autore – da diventare pubblico”.

Cugia colloquiando con Paola Bottero e Alessandro Russo ha parlato della nostra “società come quella che compie un delitto ogni giorno. Questo delitto si chiama ignoranza”.

“Un’ anima – ha detto – è il libro al quale tengo in modo particolare perché è qualcosa di misto tra il diario, la cronaca e un po’ di tutti noi italiani come anime italiane. Volevo condividere non tanto la mia anima, quanto la nostra anima, con un libro anche divertente”.

Diego Cugia, tra un passo e l’altro del suo lavoro, ha spiegato al pubblico cosa significa per lui scrivere: “Io scrivo quello che mi va di scrivere, sono un indipendente. Per me scrivere significa essere operai della letteratura. E’ una questione di ore al tavolino. Non è come molti credono l’ispirazione alla base di tutto, quello è un momento. Scrivere vuol dire riscrivere, non affezionarsi mai a qualcosa anche se quando stai al pc e scrivi devi piangere, soffrire come i tuoi protagonisti”.

E se l’immedesimarsi sta alla base della narrativa il libro di Giulio Cavalli “Mio padre in una scatola da scarpe” è la summa di un insieme di emozioni contrastanti che segnano un importante passaggio nella letteratura. “Scrivo per chiedere scusa. Questo libro – ha detto Cavalli conversando con gli organizzatori del festival, Giusva Branca e Raffaele Mortelliti – l’ho scritto per scusarmi con la famiglia protagonista”.

Cavalli è riuscito a carpire l’attenzione del pubblico con la schiettezza e l’onestà, anche brutale, dell’evocazione di un’immagine terribile: i resti di un padre carbonizzato, rubati dai figli agli investigatori, e portati a casa in una scatola da scarpe.

Inizia qui il racconto della sua vita, con e senza scorta. Un racconto che porta Reggio ed i presenti direttamente nel cuore del male: la criminalità organizzata che tutto fagocita, anche la “visibilità” degli uomini e dei loro pensieri.

“Essere invisibili agli occhi delle mafie – ha spiegato Cavalli – in fondo ti salva la vita. Io ho semplicemente scelto di non essere invisibile e sono finito sotto scorta”.

Lo scrittore lodigiano va anche a fondo di quelle che sono le responsabilità per il ‘successo’ della criminalità organizzata. “Questo è un Paese – ha sostenuto Cavalli – in cui la vigliaccheria dei buoni fa in modo che i cattivi possano arrivare a delle altre persone. Non è un Paese capace di proteggere quelli che hanno paura”. Gli trema la voce quando descrive l’esecuzione del suo capo scorta, ucciso con un colpo di pistola alla nuca e conclude il suo lungo intervento approfondendo il concetto del ‘fascino’ della criminalità. “Prendiamo la fiction ‘Il capo dei capi’. Quella – chiosa- è una trasmissione che se esistesse un reato di favoreggiamento culturale alla mafia sarebbe oggetto del reato e sarebbe processata”.

Secondo Cavalli “la mafia è molto pop e piace, come ‘Gomorra’ che non fa nient’altro che gratificare il ventre molle della comunicazione mafiosa che ama essere pop, mentre l’antimafia non lo è. Per questo – ha detto – sogno di essere il Gigi d’Alessio dell’antimafia. La verità – ha concluso – è che la ‘ndrangheta riesce a gestire le preferenze meglio di qualunque partito politico ed è democraticamente più avanzata di noi”.

Mortelliti, Cavalli, Branca

Giulio Cavalli

Diego Cugia

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