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    Sistema Reggio, per aprire il bar “..hanno parlato con chi era giusto che parlavano”

    di Marina Malara – Tutto parte dalla notte dell’11 febbraio 2014, quando una bomba esplode all’esterno del Bar Malavenda, nel quartiere Santa Caterina di Reggio Calabria. L’esercizio commerciale, in quel momento, è di proprietà della società “Villa Arangea Snc”, riconducibile al pregiudicato Antonino NICOLO’, ritenuto dagli inquirenti ai vertici della cosca Serraino. L’esplosione distruggeva anche una minicar parcheggiata lì vicino, di proprietà di Roberto Franco, capo dell’omonima cosca operante a Santa Caterina. Dopo 20 giorni Nicolò denuncia di aver rinvenuto un altro ordigno inesploso, collocato nello stesso punto dove era scoppiato il primo. Gli inquirenti non ci pensano due volte ad attivarsi visto che quello di Santa Caterina è un territorio certamente particolare, dove a contendersi il potere vi sono da un lato i fratelli STILLITTANO, Domenico e Mario Vincenzo, organici alla cosca ROSMINI e quindi riconducibili al cartello condelliano, e dall’altro Roberto Franco, capo dell’omonima cosca, legato alle famiglie DE STEFANO-TEGANO. Partono dunque le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Ma emerge subito che accanto all’ex Bar Malavenda ve n’è un’altro, il “Fashion Cafe ”, gestito dai fratelli Stillittano, ritenuti organici alla cosca Rosmini, certamente non contenti dell’iniziativa dei Nicolò che avevano acquistato l’ex “Bar Malavenda” disturbando i loro interessi economici. Fatto sta che, a seguito del duplice attentato dinamitardo, i Nicolo’ cedono in locazione l’esercizio commerciale a Carmelo Salvatore Nucera, rappresentante di commercio nel settore dolciario, la figlia del quale, in una conversazione intercettata, raccontava di avere un problema, quello di ottenere il placet, per la riapertura della nuova attività commerciale, che doveva essere richiesto ai rappresentanti degli schieramenti mafiosi che condividevano il controllo del quartiere. Nelle intercettazioni coloro che devono dare il consenso per l’apertura del bar vengono appellati “I Signori” della ‘ndrangheta. La Nucera racconta che la ‘ndrina Franco, cellula di riferimento territoriale dei DE STEFANO-TEGANO, aveva dato il benestare; successivamente, dopo una serie di passaggi, si raggiunge un accordo anche con i condelliani Stillitano, che dapprima avevano opposto un secco e categorico diniego all’apertura dell’attività commercialmente in concorrenza con il “Fashion Cafè”. L’accordo si fa in cambio di una condizione, quella di assumere alcuni dipendenti riferibili a quel cartello di ‘ndrangheta, 2 donne nello specifico, gradite ai CONDELLO. Nucera, nelle intercettazioni precisava che la cassiera “è la moglie di uno dei due ARANITI” (che aderiscono al cartello condelliano) e a fare da intermediario era stato il suo socio in affari, REMO Giovanni Carlo, cugino di REMO Fortunata moglie di Michele LABATE, fratello di Pietro, capo dell’omonima cosca di Gebbione. Dalle indagini emerge poi che Nucera aveva investito della questione la potente cosca DE STEFANO, nella persona dell’avvocato Giorgio DE STEFANO ottenendo “da più parti la garanzia al mille per mille di alcune cose” tanto da rimarcare, da un lato, l’inconsistenza della minaccia degli STILLITTANO e, dall’altro, l’impegno diretto degli ARANITI che, a loro volta, avevano manifestato un interesse personale nella nuova attività commerciale (“che resta fra noi, io avevo fatto l’assicurazione con le Generali…e poi mi ha chiamato Giorgio DE STEFANO, Giorgio DE STEFANO l’avvocato, tramite un amico per l’assicurazione…loro praticamente da più parti mi danno la garanzia al mille per mille di alcune cose, che lui (n.d.r. DE STEFANO Giorgio) dice che loro (n.d.r. gli STILLITTANO) non contano un cazzo…gli ARANITI si sono presi l’impegno loro, i cosi…non ci sono problemi, non succede niente perché…l’hanno messa come se fosse una cosa che interessa a loro a livello personale.”). Da altre intercettazioni emerge che almeno tre dipendenti erano stati assunti su imposizione delle cosche (“uno me l’ha chiesto ARANITI, uno me l’ha chiesto CONDELLO, uno me l’ha chiesto NICOLO’ ”). Di fronte all’orgoglio del fratello, pienamente consapevole dell’alto lignaggio mafioso delle famiglie a cui le richieste dovevano essere inevitabilmente soddisfatte (“uttana, tutte persone per bene”), il NUCERA precisava che “una è la moglie di ARANITI”“alla cassa”, e “c’è pure quella là scritta nel banco (n.d.r. come banconista), è iscritta anche lei su internet…quella la devo prendere pure!…”, riferendosi ad ARENA Maria Teresa, ex moglie di ROSMINI Filippo. Ma ancora mancano le richieste dell’avvocato Giorgio DE STEFANO (dice Nucera “e ora sicuramente, siccome mi ha chiamato coso, qualcuno me lo cerca pure lui e non gli posso dire di no, Giorgio DE STEFANO”) .

    Dal suo referente il NUCERA aveva avuto assicurazione di poter avviare quindi l’attività senza alcuna remora (“deve aprire, di non preoccuparsi”), dal momento che Giorgio DE STEFANO, definito(dal NUCERA) il “massimo”(“…Penso che quello è il massimo, no?…”)rappresentante della cosca DE STEFANO avrebbe parlato dall’alto della sua autorevolezza mafiosa sicché, in conseguenza del suo diretto intervento[ “se parla lui (n.d.r. Giorgio DE STEFANO)” ], gli STILLITTANO avrebbero dovuto necessariamente piegarsi, pena gravissime conseguenze, (“perché incominciando da quello gli mettono il muso nel culo…gli mettono il muso nel culo e non parlano più!”). NUCERA Maria Rita riferiva ad una sua amica che per ottenere l’autorizzazione ad aprire l’esercizio commerciale avevano interpellato i rappresentanti dei diversi schieramenti mafiosi (“…gli ho detto:”).
    Il NUCERA – che sin dall’inizio si era rivolto al FRANCO riconoscendone il ruolo di vertice nel quartiere – riteneva che gli STILLITTANO fossero di rango inferiore, sicché, a suo avviso, non potevano arrogarsi un potere decisionale che non spettava loro (“allora, domanda…ma comandano tanto, possono prendere queste decisioni…e possono con…cioè, ma non…, perché io…no, io voglio capi(re)..”). Il FRANCO spiegava allora a NUCERA che il locale di Santa Caterina è diviso in parti uguali, una metà è dei CONDELLO e l’altra metà dei DE STEFANO-TEGANO (“Santa Caterina per i CONDELLO è a metà, cinquanta e cinquanta”), quindi, per conto dei primi il controllo è affidato agli STILLITTANO (“per i CONDELLO ci sono loro (n.d.r. gli STILLITTANO), per i…inc…”). FRANCO ricordava a NUCERA che gli STILLITANO avevano un rilevante peso criminale a Santa Caterina,ragion per cui non poteva ostacolare le loro scelte così come gli altri non potevano intervenire sulle sue decisioni(“…tu mi avevi detto che ti avevano detto che non contano niente, io ti ho detto: “no, quelli contano, se non contavano…”…devono avere la bontà, io non gli posso dire…hai capito? come lo stesso loro non mi possono dire a me che prendo una decisione io, non mi possono dire niente a me…”). FRANCO assicurava a NUCERA di aver discusso della vicenda con le gerarchie della cosca DE STEFANO e TEGANO e di avere ottenuto il placet di Dimitri DE STEFANO (“io ho parlato, io ho parlato sia con i DE STEFANO e sia con i TEGANO…lo sai cosa mi hanno detto, Dimitri: “tranquillo…per noi sì…però il problema là”…”).
    L’avvocato Giorgio DE STEFANO è cugino dello storico boss di Archi (RC) Paolo DE STEFANO, assassinato dai CONDELLO nel 1985 durante la sanguinosa guerra di ‘ndrangheta. Nel 2001 è stato condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (rispetto alla cosca DE STEFANO).
    DE STEFANO Giorgio e DE STEFANO Dimitri Antonio Angelo, sono accusati di associazione mafiosa, per aver fatto parte della cosca DE STEFANO, operante nel comune di Reggio Calabria, in qualità di capi con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie del sodalizio criminoso; inoltre compivano le scelte più rilevanti in ordine alle concrete modalità di controllo e gestione delle molteplici attività economiche e degli esercizi commerciali esistenti e/o di nuova apertura nel territorio di Reggio Calabria. Entrambi cooperavano costantemente anche con gli altri soggetti al vertice delle diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta (nella specie, e tra l’altro, con gli associati con ruolo di direzione della cosca FRANCO)