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    Reggio – Donne di Azione Nazionale: “Jobs act: impatto zero sulle donne”

    “Sembrerebbe sufficiente una giornata per celebrare la donna, all’insegna della bellezza, della solidarietà, della rimpatriata tra amiche. Il messaggio – scrivono in una nota le donne in Azione Nazionale di Reggio Calabria – è chiaro, forte, ridondante tra spot pubblicitari, selfie e il giallo delle mimose.

    Tanto frastuono che stordisce facendo perdere di vista il reale ruolo della donna nella società, da un lato deputata a garantire la continuità generazionale (oggi discutibilmente a servizio di chiunque voglia commissionarla) e dall’altro a consolidare il tessuto sociale nel quale far crescere i propri figli, attraverso il suo impegno, fuori e dentro le mura domestiche.

    Per questi motivi la giornata della donna avrebbe dovuto festeggiare il raggiungimento di un traguardo, a vantaggio della donna, con dati alla mano in grado di dimostrare risultati di azioni concrete finalizzate a salvaguardare e tutelare il ruolo spesso discriminato e sottovalutato anche dagli strumenti normativi.

    Ma ad un anno dall’uscita della riforma del lavoro (Renzi/ Poletti – Jobs Act), presentata come chiave di volta per la ripresa e la crescita, quali dati ci ritroviamo per poter festeggiare, in concomitanza con l’otto marzo, il raggiungimento dei presupposti legislativi a vantaggio delle donne?

    Il governo continua a sbandierare i successi del Jobs Act, ma per capire cosa sia effettivamente cambiato, soprattutto nel panorama femminile, è utile monitorare due aspetti: l’andamento delle assunzioni/licenziamenti e i livelli di occupazione, ossia quante donne lavorano o cercano lavoro.

    Questo approfondimento ci è stato fornito nel Dossier “Jobs Act impatto zero sulle donne”, curato da Aziona Nazionale e presentato il 5 marzo a Roma in occasione del Forum “Tra retorica e realtà: Donne e Lavoro ad un anno dal Jobs Act”, al quale ha partecipato Pasquale Viespoli, presidente dei Promotori di Azione Nazionale.

    Un segnale allarmante che dovrebbe farci riflettere e dire basta, infatti dal dossier emerge che le donne solo nel terzo trimestre del 2015 perdono 23.000 posti di lavoro e si registrano tassi di occupazione pari al 65,9% per gli uomini e al 47,5% per le donne, rafforzando il gap tra uomini e donne del 20% e posizionando l’Italia agli ultimi posti in Europa per occupazione femminile.

    La disoccupazione per le donne è aumentata 3,3 punti percentuali raggiungendo il 12,4% (la categoria più fragile sono le giovani infatti per loro la percentuale diventa il 37%).
    Ma il dato più angosciante è che nel 2015 sono uscite dalla categoria “disoccupate” circa 209.000 donne, delle quali ben 154.000 sono diventate “inattive” (ossia smettono di cercare lavoro) portando il tasso di inattività femminile al 46,6%.

    Le maggiori criticità, ovviamente continuano a registrarsi al Sud, dove in Campania, Sicilia e Calabria lavora meno del 30% delle donne mentre nelle altre regioni del Sud non si supera il 40%. Tra i giovani la disoccupazione femminile è al 52%, sempre più alta di quella maschile.
    A questo bisogna aggiungere che quella della maternità continua ad essere una sfida persa sul lavoro: 1 donna su 3 lascia il lavoro entro 2 anni di vita del bambino, con un rischio più elevato nel Mezzogiorno. L’allontanamento dal posto di lavoro nel 60% dei casi dura 5 anni. Più della metà delle madri ha dichiarato di essersi licenziata o ha interrotto l’attività che svolgeva autonomamente, circa una madre su quattro è stata licenziata
    Sul versante dei contratti, inoltre, le donne restano svantaggiate rispetto agli uomini, quindi il Jobs Act non fa altro che consolidare una posizione di inferiorità delle donne nel mercato del lavoro.

    Valentina Cardinali, esperta di mercato del lavoro e membro del Consiglio direttivo di Azione Nazionale curatrice del dossier, spiega che ”il Governo non ha ragione di entusiasmarsi tanto per una stima al rialzo del Pil di un risicato 0,1%, quando non si cura affatto di un potenziale inutilizzato – poco più del 50% delle donne non lavora – che nelle stime di Banca d’Italia, da solo varrebbe ben 7 punti di Pil”.

    In uno scenario di questo tipo le politiche del lavoro e dello sviluppo economico dovrebbero camminare di pari passo, infatti l’impostazione del Governo Renzi affronta il tema del lavoro solo dal lato dell’offerta, agendo sul costo del lavoro, dimenticando la domanda, ossia le imprese e le politiche che dovrebbero metterle nelle condizioni di mantenere l’occupazione e crearne nuova.

    Le donne avrebbero potuto festeggiare “alla grande”, ma il fiore all’occhiello (in questo caso la mimosa) del Governo Renzi sembra sia appassito. L’otto marzo invece di tingersi di rosa si tinge di rosso (non poteva essere diversamente) per l’ennesima violenza/indifferenza perpetrata ai danni delle donne”.