Confermato l’ergastolo ad Angelo Macrì. Lo ha deciso la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, Lucisano presidente con a latere Crucitti. Macrì, anche allestito del processo di secondo grado è stato ritenuto responsabile dell’omicidio di Rocco Frisina, perpetrato a Delianuova il 3 gennaio del 2008. Per lui, nella scorsa udienza, i sostituto procuratore generale Alberto Cianfarini aveva invocato la conferma della condanna inflitta in primo grado. I giudici d’appello peró, pur riconoscendo la responsabilità penale, hanno escluso l’aggravante della premeditazione. Macrì fu condannato al carcere a vita il 12 gennaio del 2015 all’esito di un lungo dibattimento celebrato dinnanzi all’Assise di Palmi presieduta da Silvia Capone. Un processo lungo e difficile quello con cui la Dda, rappresentata dal pm Giovanni Musaró adesso in forza alla Procura romana, e i Carabinieri reggini sono riusciti a dimostrare che l’omicidio di Frisina è riconducibile alla gestione illecita degli appalti pubblici nel piccolo centro aspromontano Il commando sarebbe stato composto da due killer; oltre a Macrì sarebbe stato coinvolto anche Leo Italiano, quest’ultimo però è deceduto. Stando alla ricostruzione degli inquirenti i due sarebbero entrati in azione fra le cinque e le sei del pomeriggio in una via centralissima di Delianuova e l’omicidio sarebbe stato commesso di fronte a numerose persone. Ai Carabinieri però nessuno disse di aver visto o sentito nulla. Rocco Frisina non morì subito; fu trasportato gravemente ferito dall’ospedale di Polistena a quello di Reggio Calabria dove è deceduto il cinque gennaio. Per la Dda il movente del delitto è stato chiaro fin da subito: l’omicidio di Frisina è ricollegabile alla ‘ndrangheta di Delianuova dove operano diverse famiglie fra cui quella degli Italiano, capeggiato all’epoca dal boss Giuseppeantonio, e quella dei Macrì alias “ i pacci”. Tra gli Italiano e i Macrì sarebbero sorti dei dissidi a causa di una presunta estorsione di 20 mila euro che i Macrì pretendevano dagli Italiano. Quest’ultimi infatti, avrebbero percepito una tangente da parte di una ditta che eseguiva i lavori sul territorio di Delianuova e anche i Macrì quindi si sentivano legittimati a percepire questi soldi. Secondo l’accusa Frisina sarebbe intervenuto in difesa degli Italiano, difesa che ha pagato con la vita. «A fronte del materiale probatorio così rappresentato- è scritto nelle pagine della sentenza di primo grado- nessuna efficacia a discarico assumono né le dichiarazioni rese dall’imputato, né il maldestro tentativo dei testimoni di avvalorare l’alibi da quest’ultimo precostituito. Non è ovviamente credibile che Angelo Macrì abbia scelto di tacere il proprio alibi, che certamente lo avrebbe scagionato dalla grave accusa sin dall’epoca della sua sottoposizione a misura cautelare, con l’inevitabile conseguenza a sé favorevole della scarcerazione, e ciò per il suo desiderio di rappresentarlo solo al Presidente ed alla Corte e solo al dibattimento». All’esito del processo di primo grado la Corte inoltre stabilì la trasmissione degli atti in Procura, per l’ipotesi di falsa testimonianza, nei confronti di Giorgio Nassi, Salvatore Palamara, Antonino Palamara, Maria Macrì, Fortunata Italiano e Salvatore Macrì. Sul punto la Corte è stata molto “dura”. «Quanto alle testimonianze rese dai congiunti dell’imputato deve concludersi con un giudizio di falsità per tutte», scrissero i giudici in sentenza. Adesso ci vorranno 90 giorni per conoscere le motivazioni con cui i giudici hanno confermato l’ergastolo ad Angelo Macrì. Angela Panzera






